Distanze e attrazioni

Napoliteatrofestival 2020


di Aldo Elefante


L'edizione 2020 è stata, come mi aspettavo, strana. All'aperto finalmente, come avevo auspicato l'anno scorso (anche se per necessità), e con gli spettatori a distanza ragguardevole, forse fin troppa considerando che negli stessi giorni ristoranti/bar/spiagge erano pieni di gente affiancata. L'atmosfera è stata in qualche modo metafisica alla maniera dechirichiana.

















Quest'anno il primo contatto col Festival c'è stato per me con "Mephisopheles eine grand tour".  Mi incuriosiva vedere la produzione di questo molto quotato laboratorio collettivo Anagoor sospeso fra teatro performing art e videoart. Delusione grande. Collage delle "lacrime del mondo" (come recita il comunicato) dominato dagli squartamenti di vacche, opportunamente in slow motion, e sonorizzati in diretta da Mauro Martinuz che sporgeva da una super regia audio laterale. Atmosfera da rave part per palati fini, con immagini e suoni (fino a romperti i timpani) selezionati. Francamente se voleva essere una denuncia non si è riusciti nell'intento. Ed in più edulcorare e migliorare le immagini non significa creare bellezza. Insomma questo video non è né bello né di denuncia, ma semmai il solito prodotto banalizzante che il pubblico medio odierno accetta come opera d'arte.

         









 "RedFrida" interpretato da una convincente (e nella fisionomia davvero Frida) Emiliana Bassolino racconta la Frida degli ultimi tempi che evoca il dolore costante della sua vita. Purtroppo Frida è uno di quei personaggi (e mentre scrivo penso al Che) consumati dall'industria culturale (anzi bisognerebbe fare una storia di come l'industria culturale a partire dagli anni sessanta l'abbia trasformata in un'icona spendibile sempre). Lo spettacolo non è male nella sua semplicità (anche se e le performances video di di Jane M.Deaglàn dovrebbero essere drasticamente ridotte) ma purtroppo non supera mai il livello della retorica. Con Frida bisognerebbe, per rederle davvero omaggio, superare le barriere del già visto e del linguaggio parlato, forse con dei tableaux vivants.










Anche "The Magic door" mi incuriosiva perché anni fa andai addirittura a fotografare la "Porta magica" di Piazza Vittorio a Roma, trovandola in uno stato di degrado notevole. C'era poi un musicista d'eccezione, Vincenzo Zitello all'arpa ed altri strumenti. Purtroppo nessun processo alchemico ha evocato questa sequenza infinita  e noiosissima di ballate, già sentite mille volte, cantate (come ad un festival) da Giada Colagrande e Arthuan Rebis. Il video dalla grafica primitiva che faceva da sfondo mi è sembrato poi davvero improponibile per una manifestazione di questo livello.


                            








Pièce davvero superba per testo interpretazione e scenografia è invece "Antichi maestri". Testo di Thomas Bernard, regia di Tiezzi, interpretazione straordinaria di Sandro Lombardi. Nella Pinacoteca di Vienna un uomo seduto di spalle contempla un quadro di Tintoretto e riflette con un altro interlocutore, l'insegnante Atzbacher che ha convocato, sull'arte, sulla vita, sulla morte, sulla società e sugli individui, esibendo anche continuamente la sua solitudine. Si tratta di Reger, musicologo e critico d'arte. Dice a un certo punto "se osserviamo, qui, i quadri di questi cosiddetti Antichi Maestri, che molto spesso ci sembrano senza senso e senza scopo, malgrado tutto non c'è nient'altro che salvi la gente della nostra fatta se non proprio quest'arte maledetta e dannata, e spesso funesta e disgustosa da far vomitare".










Gli incontri della sezione letteratura curati da Silvio Perrella ancora non mi hanno convinto, denunciando gli stessi limiti già ravvisati l'anno scorso. Per fortuna quest'anno ero all'aperto nella Fagianeria di Capodimonte e non nella fornace Made in Cloister. Per il resto tutto come prima. L'incontro a cui ho partecipato si intitolava "Nel nome di Giambattista Vico e Giacomo Leopardi e i buchi neri" con Antonio Biasucci, Florinda Li Vigni e Alfio Antico. Memorie personali di campagna di Biasucci e Antico (che interpreta anche alcuni suoi brani di repertorio) e lectura magistralis della Li Vigni. Doveva essere un incontro sull'anteriorità ma è stato dominato dai frammenti delle microstorie personali che ormai riusciamo ad ascoltare solo se appartengono al passato di personaggi noti. Il testo letto dalla Li Vigni, invece di dare respiro e sostanza al tema, crea ulteriore distanza uscendo fuori strada. Vico e Leopardi assenti anche se evocati. Davvero senza nesso e senza senso alla fine. Solo un'esposizione (con un finto tema) di persone più o meno celebri localmente. Surreale.










Finisco in bellezza con "Di grazia". Roberta Lidia De Stefano si muove dalla scena e fino in fondo al cortile di Palazzo Reale con la cornamusa e con la sua voce, fino a raggiungere un altare che poi diventa una consolle da dj. E' uno spettacolo finalmente pieno di corpo che ci ha fatto dimenticare le distanze e l'essere posticcio di tanto teatro contemporaneo. Qui c' è un grande corpo di donna che si muove e canta a cui fa da sponda il video "Mamma Schiavona" proiettato a tratti, anche questo molto suggestivo, con le voci delle devote alla Madonna dei femminielli di Montervergine. La materia fisica femminile passa da uno stato primordiale quasi ferino alla animalità contemporanea da discoteca, mostrandosi in metamorfosi, così come avviene sempre nella postmodern age.



Un’ultima notazione sulle mostre proposte a Palazzo Fondi. Vada per la mostra fotografica documentaria di Tommaso la Pera sull’attore Roberto Herlitzka, ma della mostra sul Bangladesh (che mi ha ricordato le foto che trovavi ai Festival dell’Unità) e soprattutto delle esposizioni di Antonella Romano e di Elena Tommasi Ferroni si poteva fare tranquillamente a meno. Contribuiscono soltanto a far diventare la sede espositiva un non luogo del festival. Manca purtroppo a questa sezione un progetto che possa garantire un’offerta consona agli eventi teatrali della manifestazione. Se non si possono offrire mostre di livello è meglio non farle.





foto > Salvatore Pastore, Produzione Arteteca, Luca Manfrini, Giusva Cennamo, Julien Piffaut

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