Dentro ed oltre la retorica

Napoliteatrofestival 2019


di Aldo Elefante


Quest’anno, forse perchè particolarmente assediato dalle retoriche mediali, dei social networks, pubblicitarie, politiche, nell’osservare i lavori del Napoliteatrofestival, ho diviso il campo fra quelli che amano e difendono la retorica (gli italiani) e quelli che la evitano (gli stranieri).


Zinc (Zn) è lo spettacolo migliore che ho visto. Mi incuriosiva per la fama di cui ha goduto Eimuntas Nekrosius fino alla sua recente scomparsa. Zinc è un lavoro lunghissimo, che se fosse durato la metà del tempo avrebbe evitato l’esodo di pubblico e critici durante l’intervallo, lasciandoci in pochissimi ai nostri posti. Il titolo ricorda le casse di zinco in cui venivano poste le salme della guerra in Afghanistan, il loro Vietnam. Seguiamo lentamente il diario di viaggio di Svetlana Alexievich da Kabul a Cernobyl. Fra i momenti notevoli la scena che diventa un campo di calcio con arbitro e tifosi. I movimenti teatrali sono quelli giusti dal collettivo al singolare, la visionarietà che apparenta alle avanguardie storiche ed anche a qualche sperimentatore visivo contemporaneo emerge spesso impetuosa e la retorica per fortuna è assente.                 









L’ho scritto credo già a proposito di uno spettacolo visto in un’edizione precedente del Napoliteatrofestival, purtroppo Enzo Moscato, autore di Ronda degli ammoniti, è diventato, come tanti mostri sacri, un’attrazione e lo si va a vedere indipendentemente da ciò che produce. I suoi spettacoli però non hanno più il mordente della prima stagione. In questa rappresentazione il passaggio dai bambini che si suicidano lanciandosi dall’istituto Emanuele Gi, seguendo la traccia di un fatto di cronaca del 1917, ai soldati che muoiono al fronte è suggestivo, così come evocativa appare la scenografia nella sua semplicità, ma manca spessore tragico e l’ironia quando c’è è forzata. Allora si cade facilmente nella trappola della retorica.                









La sauna Made in Cloister, - che era come ricorda il nome inglese gloriosamente un chiostro, ma che hanno pensato a tappare con vetrate che lo opprimono e lo deturpano e provocano l’insorgenza di una vera claustrofobia - è la scena di Festeggiando Rino Mele. Mele l'ho incontrato recentemente per raccogliere una sua testimonianza sugli anni settanta e ne è uscita fuori un’esperienza direi memorabile, in quella Salerno dove si muoveva Filiberto Menna e dove arrivavano i gruppi teatrali sperimentali nazionali ed internazionali. Di tutto questo nell’incontro non vi è se non un esiguo accenno, mentre i testimoni Martone e Masullo preferiscono parlare di se stessi e della propria ricerca più che di Mele. Ne risulta un teatrino dell’assurdo dove Mele recita poesie a più non posso, anche qualcuna di troppo, Martone contribuisce ancora una volta all’edificazione del suo personale monumento ed il grande Masullo tiene una magistrale lezione sulla filosofia della morte. Bisognerebbe dire a Silvio Perrella, che ha curato la sezione letteratura del Festival, che appuntamenti come questo andrebbero preparati meglio, non fidandosi troppo dell’abilità affabulatoria di chi si invita e della propria.









Tony Laudadio è un attore bravo, in alcuni ruoli addirittura bravissimo. Dei dubbi però nutro sul suo lavoro di scrittore. Il Tempo è veleno è una riflessione banal-filosofica sul tempo con prevedibilissimo colpo di scena finale. Questa commedia, con la regia di Francesco Saponaro, avrebbe dovuto comunque avere un ritmo da film tipo Storie di fantasmi cinesi con entrate, sovrapposizioni di personaggi ed uscite rapidissime, per dare un’idea del succedersi dei tempi e delle vite dei protagonisti, oppure un ritmo lentissimo alla Bergman dove far prevalere i silenzi. Invece non appartiene a nessuna delle due categorie e diventa immediatamente noiosa e l’unico riscatto lo trova nel monologo di Laudadio che strappa l’applauso. Andrea Renzi poi, nella parte di Paco, continua ad essere un attore molto modesto.       

                            








Schiaparelli life ha il merito di tirare fuori dall’oblio un’esistenza originale ed intrigante sconosciuta ai più. Parlo di Elsa Schiaparelli, stilista italiana innovativa che ha vissuto il clima della Parigi avanguardista, rivale di Coco Chanel. Gli attori, Nunzia Antonino e Marco Grossi, devo dire entrambi eccellenti. Purtroppo lo spettacolo è troppo vecchia maniera laddove avrebbe dovuto trasformarsi in documento con un’euforia di videoproiezioni e sfilate di immagini. E poi è esageratamente un dramma individuale e da camera laddove il lavoro doveva concentrarsi sull'emersione dell’aspetto pubblico ed esplosivo di una donna che frequentava Duchamp, Aragon, Dalì e che realizzava negli anni trenta del secolo scorso bottoni a forma di labbra, braccialetti ed orecchini in plexiglas. Peccato.









Finir en beauté di Mohamed El Khatib mi è piaciuto. L’autore-attore racconta una sua personale storia di lutto nei minimi particolari, consegnando anche copia di documenti in platea. Asciutta e semplice è la cronaca di una storia vera che ci ha reso testimoni più che spettatori. E pian piano questo spaccato di vita intima da fatto personale diventa sempre più pubblico ed emblematico di ogni dolore possibile. Mostra anche la differenza culturale che permane nonostante l’integrazione.









Strativari mi dispiace doverlo dire ma è proprio un tentativo malriuscito di fusione di esperienze musicali, che ascoltate invece separatamente sono anche notevoli. Purtroppo l’esperimento di coniugare i Solis String Quartet con Capone & BubgtBangt non funziona e l’innesto di Iaia Forte (altra attrice sopravvalutata) non fa che peggiorare le cose. Purtroppo noi che abbiamo assistito tanti anni fa al rinascimento musicale napoletano adesso rimaniamo delusi di fronte a questi esperimenti di commistione musicale fra generi che, laddove non c’è sintesi, rimangono velleitari. Quindi gli strati vari non si amalgamano ma si respingono. Inoltre i testi delle canzoni, le citazioni, le parole impegnate pronunciate, tutto questo, seppure animato da una voglia di negare l’esistente, finisce per creare solo un’opposizione retorica e superficiale.









Un suggerimento tecnico per le prossime edizioni. Dato che giugno è diventato ormai afoso e caldo come in passato era agosto, sarebbe forse il caso di presentare la maggior parte degli spettacoli in spazi all’aperto. Si eviterebbero così il calore da svenimento del Sannazaro o le arie condizionate come quella del Politeama che flagellano alcune file e possono rovinare una serata.


foto > Salvatore Pastore, Laura Vanseviciene, Sabrina Cirillo, Leonardo Todisco

shows
indexshows.html
progettoprogetto.html
noinoi.html
numerinumeri.html
segnalazionisegnalazioni.html
dilatazionidilatazioni.html
glossarioglossario.html
rilevazionirilevazioni.html
note bioautori.html
ideeidee.html
traduzionitraduzioni.html
sdef pssdef_ps.html
narrazioninarrazioni.html
showsshows.html
scheggeschegge.html
one photoone_photo.html
arte & emergenzaarte_%26_emergenza.html
galleriagalleria.html
videoscheggevideoschegge.html
contatti/linkscontatti.html
variavaria.html