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> convegno "autonomia critica dell'artista", giugno 1979, palazzo dei congressi, bologna]


appunti per un elogio assiomatico della critica



di fabio mauri



- che la critica sia un istituto autonomo, di diritto storico, mi sembra incontrovertibile.

- con elliot possiamo ripetere che la critica ha innanzitutto come fine la fondazione della critica. 

- la sua autonomia prescinde dall'arte come proprio oggetto. la sua dipendenza funzionale e apparente, è di secondo gnido. 

- con l'arte la critica ha innanzitutto un rapporto di realtà, come di mondo. l'arte è punto «terzo» per la critica; in altre parole costituisce il garante oggettivo, il punto fisso per la simulazione di tale rapporto, come in ogni ordine critico del pensiero, nei confronti del concetto di realtà. 

- alla domanda se, senza arte, la critica avrebbe qualche forma di vita, e quale, si può rispondere che l'avrebbe, esprimerebbe la propria cieca predisposizione a un mondo di relazioni simboliche, filtrato attraverso segni, storici e permanenti, di un universo di senso né pratico, né didattico, che avverta la reale presenza, più che il significato, di un significato penultimo dell'enigmatico mondo reale in cui la realtà, come in un quadro maggiore, è inclusa.

- la realtà, per definizione, è più complessa del mondo dei segni che la descrive. verso tale realtà maggiore la critica non ha talento, se non sussidiario. questa realtà è porzione naturale di altre attitudini della mente. lo è dell'arte. 

- ciò comporta che la visione critica, oltre che una natura, è un’esperienza e una conoscenza, prima o dopo può accaderle di essere un'interpretazione, quasi un incidente nel corso della sua vita. 

- se la critica nel suo attuarsi sia arte è un problema che riguarda l'arte, non la critica. 

- essa rientra nel mondo dell'espressione, a diritto assoluto, come vi rientra ogni attività di decifrazione del mondo da parte del pensiero. la cultura è questa espressione. senza, non c'è mondo. 

- può sembrare che io stia scomponendo i pezzi, per ricomporli uguali. ma, stabilito che la critica 1) è, 2) è autonoma, 3) ha rapporto di mondo con l'arte, se si definisce un suo luogo «separato» che ha in sé l'attitudine, come ogni identità, di realizzarsi in una conoscenza di sé come conoscenza del mondo: l'esperienza dell'io, cioè, per la critica, è l'esperienza del mondo. 

- è il momento in cui l'autonomia diviene palese, confondendo alle spalle la scia di subalternità che sembrava coattivamente appartenerle, e riproponendo parentele e somiglianze con altro, come appunto l'arte che, raggiunta la medesima altezza, fin dall'inizio dava mostra di spiccata e naturale autonomia. 

- molti hanno descritto bene il punto in cui attitudini o discipline diverse diventano un unico. 

- la critica è ammirevofe. e' un veggente cieco, che aspira profondamente alla visione: la tattilità con cui sfiora e reclama forme è il segno spiccato, non della sapienza, ma della stretta necessità di visione sul mondo. l'arte fa da bastone e cane, primo enigma dell'intendimento. l'arte, che ha col mondo un rapporto più diretto, come la specie dei veggenti che, invece, vede. 

- l'arte ha dalla sua la visione del mondo integrativamente garante d'ogni sua proiezione. 

- la forma, nella sua discontinuità storica, dimostra come essa. invece. sia per l'arte un ostacolo; non come lo è per la critica per cui è necessità, nella caccia e cattura di senso dei segni di un universo. 

senza forma, muore la critica, non l'arte. 

- la storia dell'arte può essere vista come storia dell'incessante liquidazione della forma, in quanto criticamente tale. 

- l'assenza dell'arte, in tempi moderni, è ammirevole: ha lo stesso peso della sua presenza. 

- la necessità del «bello», come qualità referente di categoria, inevitabile per la critica, divide in essenza l'arte dalla critica nell'ordine di visione delie categorie del significato. 

- tra critica e arte, cioè tra critica e il suo garante di mondo, il rapporto è di fatto incompatibile. 

- un'incompatibilità tra somme di conoscenza infine reali che entrambe, arte e critica, desumono sul mondo, l'arte e !a critica. 

- come ogni altra cosa la critica è contestuale. 

- come ogni luogo intellettuale, diviene nodo di cultura. come l'arte, apparentemente, ma in realtà, data la sua vocazione a istituire campi storici di relazioni, assai di più. 

- l'arte è insofferente della storia. non la critica, s'è detto: sovrappone storia su storia, a strati.

- la vocazione dell'arte alla libertà di replica al mondo è tale che non può accedere a nessuna forma definitiva di obbedienza, nemmeno alla storia che promuove. 

- se anela alla propria temporanea individuazione, si rivolge alla critica con occhi di attesa. ma è delusa. scopre che l'assoluto è inidentificabile dai linguaggi razionali, cioè anche critici, e l'arte difatti resta strutturalmente e psicologicamente incompresa.

-detto questo, da un punto pratico sublime, ossia teorico, rientro nei ranghi costituzionali. questo congresso può realizzarsi solo su una presenza, non scientifica, di scontento.

-riconosco tale scontento come biologico. cerco di indagarne le ragioni non personali, ma fortemente individuali, cioè inerenti a una vocazione. 

- la critica, l'uomo della critica, contestuale com'è, garantisce il livello più alto di comprensione della società. può acuirne il giudizio. ma può custodirne autorevolmente i limiti e il pregiudizio, garantirne l'incomprensione. esiste infatti, in una società detta dei consumi, una critica adeguata, in cui il valore perseguito non è lo scandaglio e la cattura dell'enigma del mondo attraverso l'enigma dell'arte, ma ogni sua dipendenza. dipendenza rispetto alla quantità di controllo di una società che di fatto è del consumo. 

- l'oro non definisce mai l'arte, né aiuta a stabilire, nelle costellazioni, il rapporto di merito tra raffaello sanzio e jasper johns che sembrano toccare pari valori d'asta. 

- anzi, in alcuni casi lo si propone come sintomo qualificante per triangolare il valore estetico. è un falso che nessun artista si è permesso di commettere in sede teorica, anche se, in pratica, ne ha beneficiato. 

- la critica de! consumo fa di ogni erba un fascio. cioè di ogni silenziosa ma autorevole imposizione del regime mercantile, finge di individuare gli indiscutibili estremi creativi. 

- per essere così veggente da una parte, deve potersi accecare dall'altra. 

- le visioni diaboliche non sono meno visioni delle altre, anche se il loro fine è la perdizione. 

- con questo elogio della critica, ho voluto dire che essa, considerata sotto la specie degli enti, per assurdo, non ha a che fare con l'arte più di quanto, nel suo sistema, abbia a che fare la meteorologia.

-il suo tracciato è distinto. il suo talento è virtualmente unico, la sua necessità di acciaio, ma la sua vocazione storica è satanica se pretende, come difficilmente può non pretendere, di non poter insinuare oggettivamente che storia. essa deve almeno misurarsi con la storia del mondo, che è al di là persino dell'arte, per pretendere dall'arte di quel mondo, che resta per tutti l'unico oggetto reale, cui dare replica teorica o d'uso.

- tale risposta crea visibilità e intelligenza, almeno, dell'enigma che è il mondo. 

- l'arte non è la verità. ma come appare. 

- il congresso di oggi, mi sembra, si chiede implicitamente se l'arte, dunque, possa fare a meno della critica, intuendo in essa occupazione di campo. 

- non ne può fare a meno in quanto contesto. ne fa a meno sempre, ogni volta che uno scatto d'invenzione, ogni volta che la fondazione di nuovo rapporto tra elementi disgiunti del reale, in breve, ogni volta che l'arte vive la propria facoltà di rapporto col senso dei segni, l'arte distrugge la sua carriera storica, riprecipita nell'invenzione, occupa d'idee irreversibili la terra. se cosi non fosse, se la forza trainante del linguaggio non fosse oggetto così reale e dinamico, ripeteremmo ammirati il primo segno d'arte, poiché il raggiungimento dell'arte in quel primo segno o canto, si è compiutamente realizzato. 

- non è mai il caso di ripetere una cosa due volte, se non per ragioni che pertengono alla necessità di struttura che la sorpassano. 

- la critica è il suo uomo. 

- se asserire è il delitto dell'arte, asservlre chi asserisce è la tentazione della critica. disprezzando se stessa, l'attitudine critica, appunto, sorge da una parte che non sia la sua. 

- forse la critica invidia all'arte il dolore. ma l'arte e il dolore restano due segni certi della coscienza del mondo. i loro livelli sono sopportabiti e reali, non infiniti come i livelli di tutte le altre cose incerte che invece lo compongono. 

- una critica politica fa dell'arte un'occasione di vita sociale. rinverdisce classi di potere, certo, soprattutto economiche. uccide masaccio a roma, e fa uccidere van gogh e lo savio. non tocca più. sfiora, strangola il suo oggetto tattile. vive allora, con coscienza inesatta, come passione, la sua propria qualità filologica. essa vede perché sa. ha trovato altrove, fuori dall'enigma che è la poesia, cognizione e scienza. 

- sono in realtà ordini di visioni diverse, spesso, se non contrarie.

la filologia che va per simboli non può vedere allo stesso momento l'arte che dei simboli lievemente si serve. le parallassi si rifiutano di offrire due «fuochi» allo stesso sguardo. e le «qualità» sorridono, diverse e contraddittorie, l'una dall'altra. 

- tale critica si riassume essenzialmente nella cultura del gusto. non vuole nutrire dubbi, né avere noie dal reale. accetta, da punti ideologici opposti, che l'arte sia un piusvalore, come l'aria di montagna, di cui fa uso spicciolo e accademico, ossia privato. non vuole noie e toglie all'arte ogni efficace relazione con la vita, e quindi con la sua stessa esistenza, nel farsi. 

- comprendo che da tale incrocio di teorie, ragioni e critiche, nasca un'esigenza semplice, condivisa da tutti coloro che si occupano di arte, e non riescono infine a non trovarsi in errore; nasce, dico, l'esigenza grezza di tagliare ta testa al toro o di pigliare il toro per le corna, e sapere, un po' più comunemente, visto che gli addetti tardano a produrre una risposta chiara, di che si parla, cosa si intenda per arte, chi si ponga dentro e chi fuori. in tutti i casi va stabilito quale dei due atti compiere prima. io, per me, suggerisco di lasciare la testa al toro e di non afferrarlo per le corna, se non si sappia con esattezza che fare di quel gran corpo mozzo che ci resta tra i piedi, che fare dell'insieme della bestia, o di sé, se il toro, nell'atto, ci infilzi. 

- le storie incomplete, voglio dire, sbrigative, e le decisioni di parte gridano vendetta al cospetto di quel qualcuno, di queli'io storico, esattore di obiettività che non è ancora scomparso. gira, se non riesce a far storia, per lo meno a scompaginare le storie troppo fresche di stampa. 

- egli, il demone, sa che il pragmatismo è una filosofia micidiale, assai più dell'idealismo che ha già ampiamente screditato. 

- egli, appunto, non è altro che la feroce coscienza critica. 

- l'occupazione cieca del fatti in libri, mostre, bilanci e borse, postula al contrario un impossibile, la storia, intesa interamente come scienza, la dignità di una metodologia di mondo, dl una cultura completa. persino, per necessità, nel senso del futuro. anche perché forse è quasi ora di morire. l'ha detto (roman) opalka, per esempio. a chi importa se la critica, o chiunque altro, tagli teste. il gran corpo mono di un artista intuisce di stare dl traverso ai fatti, di non poter essere facilmente disperso, in un universo  in cui tutto rimane. in questa scienza del non esserci più, l'artista, il poeta, non si consola granchè, ma procede con misura di autentica grandezza per vie di sconsolata decifrazione di mondo. è la vocazione. 

- ogni epoca del resto stabilisce i suoi campioni e ne degrada altri, senza sapere, nel farlo, di star picchettando il proprio sguardo, l'inevitabile perimetro di un panorama meno libero ma non necessariamente limitato. la ragione, si sa, è cieca; l'arte e l'uomo restano un al di là, come il mondo. io direi volentieri che il fine della critica non è la storia della verità, ma deil'errore relativo della verità come appare. ma non lo dico. 

- critica e arte devono patire e far patire la loro propria alta costituzione fino in fondo. 

- del resto, la critica muore più in fretta dell'arte, e si ripiega nel suo tempo con una somiglianza a lui che atterrisce. essa ha raccolto tutta la sapienza e tutta l'insipienza teorica dì un tempo. 

- perché combattere, allora? perché non combattere, allora? 

- si fa un po' di rivoluzione, ogni tanto, non perché l'errore muoia, poiché è eterno e sempre si ricostituisce, ma perché non muoia la verità, che non è eterna e ha vita solo artificiale, intellettuale, cioè espressiva, anche nell'arte e, certo, altrove. 

- evviva quindi le critiche, le libertà. il mondo è più complesso di ognuna di loro. 

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