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> la poesia a napoli 1960-1980, centro ellisse, napoli, 1980


luciano caruso

la totalità' imperfetta e la sacralità negata 

(sperimentazione linguistica e poesia a napoli - 1960 -1980) 



1) «il gioco — di squadra — è fatto, e il destino congenito di conservazione (scusate) reazionaria è ormai chiaro: il gruppo copriva una esigenza di creare un'alleanza ' economica ', portatrice di ' potere '» (l). ma quanti poi disposti a dire, di quelli che fecero, operarono e ancora magari si illudono di fare, di operare secondo i vecchi schemi? gran parte delle cose, degli oggetti e dei fatti hanno il sapore dell'archeologia. e, intanto, come mai in italia e ancor più a napoli — restaurazione e zdanovismo a parte — ogni cosa era avvolta nell'assenza? salvo, è chiaro, quelli del privilegio dell'intelligenza, cioè l'arcadia perenne, sdraio, pipe, brevi zampilli e polluzioni mentali: lucide bave, si diceva. infine vennero fuori i giovanissimi, agguerriti almeno quanto decrepiti gli altri. la novità (si fa per dire) riprese a manifestarsi nell'atteggiamento di gruppo, quasi si trattasse di un io collettivo, affermato nel momento stesso in cui persisteva integro l'individuale attrezzo di primadonna: passare alla storia della poesia, alla storia dell'arte, alla storia della, alla storia; che cosa poi fosse quest'ultima per i più continuava (e continua) a rimanere misterioso. 

dire della città, assumendo napoli a simbolo della situazione più ampia (e se possibile, ancora più dispersiva), che si identifica ancora con la vecchia capitale (2), fino a che punto è dire delle persone? significherebbe, certo, intravedere le dimensioni di private velleità, per seguire una cronaca davvero degradata. in realtà la reazione stilistica e lo zdanovismo (il quale erano in molti a chiamare realismo, e invece, nei casi migliori, era sintomo sublimato e versione inibita dello sperimentalismo) erano ormai il vero deserto; a volersi limitare alla letteratura, e per dare nello stesso tempo idea dello stato in cui versavano (consapevoli) quelli che erano stati i principali esponenti (chez nous) dello zdanovismo, non troviamo di meglio che rimandare all'atto di esecuzione sommaria (ma non per questo meno motivata) cui si è qualche anno fa proceduto dalle pagine di una rivista milanese (3). d'altronde il giornalismo e il cinema (almeno) non erano venuti dimostrando l'utilità dell'organizzazione nel lavoro culturale? i movimenti artistici degli inizi del '900 (futurismo, surrealismo, ecc.) non erano stati forse promossi da vere e proprie équipes, quasi sempre gravitanti intorno a proprie riviste? si trattava di esperienze che la stessa città aveva in qualche modo conosciuto, anche recentemente (4); spesso avevano fatto sì, che si registrassero sussulti, piccole scosse, e, di norma, erano stati contraccolpi di meglio orchestrati conati alieni. la circolazione delle persone e delle idee, insomma le possibilità d'incontro, la comunicazione e lo 'scambio delle idee-prodotto, tutto questo in una città al margine dell'area urbana del continente, e tuttavia rappresentativa di una parte non trascurabile del sub-continente, che premeva alle sue spalle, poteva ugualmente realizzarsi, e si realizzò anche questa volta, avendo però a supporto la spinta migratoria, laddove prima tutto si doveva ( a dolci principi ed a mecenati cosmopoliti dalle particolari abitudini ' (s. m. martini). ora poi si chiamava in causa, con notevole malizia, anche la sociologia, una questione meridionale a prova secolare, e quindi una letteratura ed un'arte meridionalistica, dagli incerti caratteri, avendo il tutto creato il clima di un meridione perseguitato dalla sociologia, dalla questione meridionale e, incredibilmente dalla... letteratura e dall'arte meridionale (sic!), dando la visione di un sud metastorico, riscattato sul piano della metafisica e dei buoni sentimenti. e tuttavia continuava l'emigrazione, la lacerazione, e lo stagnare della città: i suoi strati difficilmente perturbabili, la vischiosa sottocultura piccolo-borghese (sordida?), dove il vero principio della sordidezza era (è) l'aspirazione al perbenismo ed alla rispettabilità, in una specie di universo chiuso e complice e così dolcemente remissivo verso le proprie debolezze; e ciò era in agguato fin dai borbonici tempi della classe curiale che, con l'unità politica del paese finì con l'imporre la propria locale egemonia. 

dunque non si trattava che di concretare, in vista di normali esiti di lancio e di mercato, possibilità e fermenti non trascurabili, sorti per lo più da iniziative occasionali e al di fuori dell'ambito della letteratura. come i corsi tenuti all'università dal filosofo paolo filiasi carcano e come l'insegnamento di emilio notte all'accademia di belle arti o l'attività del pittore mario colucci (5). le esigenze di scelte categoriche, vogliamo dire, per quanto clamorosamente dichiarate fin dall'inizio delle esperienze di cui qui ci occupiamo (6), furono più illusorie che reali. di queste ultime si venne chiarendo la necessità e l'urgenza via via, ma si trattava di non fingere di ignorarle: «il punto centrale della questione rimane la distinzione tra intellettuali come categoria organica di ogni gruppo sociale e intellettuali come categoria tradizionale» (gramsci). certo, l'odierno specialismo ed ermetismo culturale (più apparente che reale) avrà pure rispondenza in atteggiamenti culturali di massa, anche di totale rifiuto, però una prospettiva globale (inglobante) dovrebbe sicuramente emergere infine, come si afferma essere stato di altre esperienze di radicale estraneità rispetto al precedente vuoto di prospettiva, di cui sintomo erano state anche varie mode culturali. allora ci si consenta di considerare quello che è accaduto a napoli, come una sorta di ipertrofia etico-estetica, sintomo del più generale conato di rimonta, dove la cultura obliata come mezzo d'affermazione finisce per trasformarsi, ma solo per pochi, in mezzo di coscienza. 

tutto questo però si è trascinato dietro una serie di intuizioni e di certezze desuete e anche ignote alla pratica dello scontro sociale, che hanno fatto della politica di sinistra quella che essa è stata in italia (con particolare evidenza nel sud); vedi, a caso, la demitizzazione del lavoro, la coscienza che alcuni (molti) fatti straordinari debbano realizzarsi, proprio per il nostro avvertirne la possibilità (vittorini). perché non basta dire freudianamente ‘ senso di colpa ', cioè il terrore, quello che emerge con il prevalere delle forze reazionarie e razziste, ma il terrore partecipa di un aspetto patologico primordiale di origine generale, già di esito superstizioso o religioso; la stessa superstizione e l'occultismo e, finalmente, il vivere come se ed il gusto sbagliato (uguale, non indovinato) nelle cose del fare; il tutto in una situazione di luogo non-luogo o deserto, dove mancava assolutamente qualsiasi tipo di rapporto con l'ambiente, o connettivo sociale, attuando una sorta di fuga in avanti, che poco dopo verrà fatalmente raggiunta e consumata, tipo ' signori dell’autocoscienza ', la cui contraddizione puntualmente si riflette nell'opera dei singoli (7). perché come è ormai noto fino alla noia, nelle società che abbiano raggiunto il massimo di complessità e indossano abiti troppo stretti ed anacronistici, il vero problema non è ricorrere al sarto, ma è quello del raggiungimento del limite e della superabilità di questo (8); come dire che interessa più il vestito che il corpo che lo indossa, e la natura (mutazioni!) è il vero kitch. 

e in quegli anni, con tutte queste cose ancora ai margini della coscienza, cominciava ad imporsi l'urgenza del minuto lavoro (disperato, disperante) dell'organizzare in qualche modo il produrre cultura, che resta sempre affidato alle iniziative individuali (9). intanto in italia si stava attuando «la solita rottura ipocrita», da parte di « esperti in aggiornamenti » che ' preoccupati specialmente di fare proseliti, non hanno ' fondato ' nient'altro che un ' club della citazione ' (aimez-vous barthes et jakobson?), nel cui sacro recinto si entra attraverso esamini orali aperti al pubblico» (10); e basta aggiungere a questo soltanto qualche data ormai storica: nel 1956 appare il primo libro di sanguineti e viene fondato ii verri, i novissimi appronlano le loro poesie per gli anni sessanta nel 1961, e infine nel 1963 si costituisce, durante le giornate del convegno palermitano, il gruppo 63 e viene lanciata la scuola pop romana, la scalata al potere era ormai realizzata, si trattava adesso soltanto di saperla amministrare. 

ma sarà il caso di tornare alla cronaca degli avvenimenti napoletani, dove, conclusasi con il numero sei nel 1961 l'esperienza di documento sud, tra il gennaio ed il luglio 1962 si stamparono tre quaderni, contenenti materiale poetico (poi-etico). i quaderni traevano origine dalla collaborazione tra emilio villa che già era apparso con sue poesie in documento sud, mario diacono e stello m. martini, i cui testi apparvero debitamente firmati, a sottolineare il carattere di documentazione di un lavoro svolto a livello esclusivamente individuale; il quaderno, poi, non recava mai indicazioni redazionali e tantomeno direttoriali e ciò intendeva implicare, come implicava, la casualità dell'incontro dei collaboratori, riuniti in modo acefalo, al di fuori di ogni preesistente sistema editoriale e organizzazione e l'assenza assoluta di ogni forma di quest'ultima, eccetto quella elementare della raccolta in fascicolo dei testi prodotti. lo schema libero di codesta formula consentiva la convergenza e l'incontro, occasionale e provocato, con altri autori sulla base della semplice solidarietà di atteggiamento pubblico e di discorso. la modica spesa di 300 copie in cui erano stampati i quaderni era sostenuta in parti uguali da due collaboratori (martini e diacono) e ciascuno di essi si incaricava, poi, sempre a proprie spese, della distribuzione e spedizione delle copie. il quaderno n. 3 uscì in ciclostile e scorretto nella riproduzione dei testi; difficoltà di vario genere avevano causato una tale sortita. d'altronde era emersa sempre più chiara la necessità che i testi non risultassero mortificati dalla normale pagina tipografica, e che, semmai, fosse questa ad adeguarsi a quelli; la facilitazione, infine, del reperimento (sempre privato ed incerto) dei soldi occorrenti, assieme alle ragioni esposte e ad altre della più varia natura, fece sì che la realizzazione del fascicolo passasse a roma, nelle mani di villa e diacono. le buste numerate dal titolo ex furono la nuova forma (vera e propria formula) nella quale confluì il materiale di cui i collaboratori disponevano. contemporaneamente ai quaderni era apparso a napoli, per conto delle edizioni sud-arte (cioè a cura dell'autore e di mario persico), schemi di stelio m. martini, una plaquette contenente otto poesie scritte e 14 poesie-collages, dove il  «titolo della raccolta ha un chiaro riferimento alla ' tecnica ' della loro composizione, che le accomuna tutte sotto questo riguardo: e cioè la combinazione (casuale fino a che punto?) delle singole parti, dalle più varie provenienze, che da occasione alla composizione stessa» (11). la 'tecnica compositiva di martini ', e molte delle sue teorie, dettero inizio in italia ad una moda, che stravolgendone il senso, stimolò una produzione immensa di poesia visiva, tecnologica, combinatoria ecc., da parte specialmente dei componenti del gruppo 70 a firenze, i quali a loro volta contribuirono alla diffusione del ' genere ', sistematizzandolo e riducendolo ad una formula di facile applicazione (12). 

mentre villa e diacono preparavano il primo numero di ex veniva stampato, sempre a napoli, il numero di prova di una nuova rivista, linea sud diretta da luca (luigi castellano), e redatta da persico, martini, bugli e caruso. il fìne immediato della nuova impresa editoriale era quello di colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa di documento sud, ma a differenza di questa dava un più largo spazio alla poesia, pur raccogliendo intorno a sé tutta una serie di nuovi pittori, che stavano a dimostrare come la lezione del gruppo 58 non fosse completamente caduta nel deserto, almeno a livello di produzione artistica, anche se continuava a permanere, incolmabile, l'estraneità con la città e il suo ambiente. dopo i primi due numeri, formato giornale, la rivista sembrò trovare la sua dimensione più originale nella preparazione di numeri monografici, dedicati alla poesia visiva, nella quale in quel momento si vedeva la possibilità di un nuovo linguaggio artistico, alle nuove realtà della pittura a napoli, che presentava per la prima volta un pittore importante come desiato, alla nuova problematica del mercato artistico, della critica e dell'opera, e infine alla nuova poesia internazionale, dove per la prima volta veniva usato il titolo di continuum, ad indicare il comune atteggiamento di lavoro clandestino, di notizie dal laboratorio che accomunava il materiale raccolto, e che verrà poi assunto come sigla nel 1967 per una nuova esperienza dopo la fine di linea sud. 

nel frattempo era intervenuto il numero speciale del marcatré, dedicato ad una inchiesta sulla cultura a napoli, a rivelare alla città il lavoro sotterraneo e non, svolto dai gruppi e dalle riviste napoletane, delle quali si mettevano in luce i meriti, insistendo sull'importanza nazionale di queste esperienze ed inquadrandole nel generale moto di rinnovamento sfociato nel gruppo 63, sia pure partendo da un incredibile omaggio a croce, messo lì all'inizio, a ricordare a tutti le origini illustri e la grandezza dei ' parenti ricchi ', come denunciava la rivista linea sud (13), che parlerà di un vero e proprio infortunio a proposito dell'operazione realizzata dalla rivista milanese. l'inchiesta del marcatré, condotta da lea vergine, sia pure entro i limiti delle sue intenzioni laudative dell'ambiente (va tutto bene, il mondo cambia, non è vero?, eec.), ebbe il merito di mettere a confronto con la nuova realtà, creata dai gruppi ai quali abbiamo accennato (14), i rappresentanti della vecchia generazione e del potere locale, che non poterono più continuare ad ignorare quanto accadeva loro intorno, se non altro per dovere d'informazione; ma poi, di fatto, segnò il limite dello sviluppo reale della nuova cultura e non contribuì minimamente a creare condizioni favorevoli per il sorgere di una situazione diversa. 

finché l'organizzazione culturale era stata uno sforzo, vi si era atteso da parte di individui e di gruppi nella consapevolezza di quanto fosse disperante, perché si trattava di contarsi, di trovare e stabilire le possibili dimensioni e la consistenza della forza che si era. l'opposizicne al sistema preesisteva, era tutt'uno con il disagio dal quale quelle esperienze erano nate. quanto allo sforzo organizzativo come arma di lotta, esso non potè essere sentito assai presto che come spreco, da parte di chi poco si curava del potere e del mercato: problemi che l'avanguardia nazionale, assurta nella sfera morbida della moda, aveva falsamente portato in primo piano, ed è da questo momento che si può distinguere fra una avanguardia mondana, una clandestina (cioè in attesa di entrare nell'ufficialità) ed una autenticamente off (15). di ciò si comincerà a parlare esplicitamente nell'ultimo numero di linea sud, con la lettera al trerosso di martini (16). 

sembrò la fine di una stagione, fece l'effetto della denuncia inutile ed accorata della fine irrimediabile della clandestinità, e segnò, invece, l'inizio di un nuovo discorso. a cercare poi le cause della distorsione (del sogno di entrare nel giro), che veniva messa in primo piano in quello scritto, risulta esemplare quanto è detto nello scritto che segue sul materiale umano che vi avrebbe atteso a napoli, in un luogo, cioè, sia pure periferico rispetto ai centri decisionali del nord, ma non del tutto dissimile: « ... l'individualismo esasperato ed inutile che ha sempre portato tutti a sopravalutarsi in questa città, a credersi al centro dell’universo, e il dilettantismo a tutti i livelli che ci ha costretto per anni a scambiare per cose serie atteggiamenti e discorsi dettati da ignoranza, che erano un sogno di entrare nel sacro recinto degli intellettuali invece che una protesta antintellettuale, o le ' invettive ' che a turno e di volta in volta si lanciavano contro il mondo intero, e sono ' bestemmie ' che fanno sorridere; e allora, per anni, dove ognuno ha parlato soltanto a se stesso, guardandosi l'ombelico nello specchio, o che so altro, si è andati avanti a sopportare; così che noi oggi ci proponiamo ed agiamo in base ad un principio di lavoro collettivo, rigoroso sul piano del controllo interpersonale, così insolito qui, che è bastato appena applicarsi e mostrare di fare sul serio per suscitare le ire ed il risentimento di tutti i ducetti che, chiusi nelle loro case piccolo-borghesi, si scambiano per produttori di valori eterni, ed è allora che siamo tentati di mostrare le tristi cronache di questi messia, di questi patres il cui supposto sacrificio non ci fa neppure sorridere... » (17). 

eppure, in concreto, intorno a che cosa l'organizzazione, il suo sforzo, si è concretato, verificato, portato avanti? certo, in quanto l'organizzato è interesse costituito e stato di cose messe agli atti (omologate), esso rischierà di assurgere a valore creato ex-nihilo in una città, che è lo specchio deformante di una parte fin troppo grande del reale, dell'esistente, e della quale il ritratto di sottosviluppo, di solitudine e, infine, di disoccupazione mentale, è fin troppo noto, per insistervi ancora, quando basta guardare con un minimo di spirito critico limmagine che resistente (la città) vuole e può dare di se stesso, nei giornali, negli istituti, nelle organizzazioni e nelle dichiarazioni che giorno per giorno i suoi rappresentanti rilasciano, con una complicità che nasconde la debolezza e la paura del vuoto. facile allora la meraviglia, per il peregrino organismo instabile (18) che la città rifiuta o non riesce a porsi come oggetto di considerazione, tanto maggiore, poi, quanto più prolungato nel tempo ed ostinato e sordo e sotterraneo. e' chiaro (ma è inutile precisare) che non si levano doléances per il deserto. si rileva semplicemente un fatto che non possiamo non considerare positivo: l'assenza di falsa-riga di sorta (p. es.: industria culturale, giornalismo moderno, ecc.) (19). 

allora dagli con le accuse di provincialismo e ancora provincialismo da parte dei minori naturalizzati nostrani, o con la sufficienza e l'ironia sull'artigianale e l’infestazione di foravìa della città; artigianalità, originalità, luoghi comuni; certo, classificazioni di comodo. eppure, sarebbe istruttivo conoscere come mai così spesso vengano scambiati (e spiegati) con qualcosa di certamente riprovevole, o non pertinente, o improprio: mettiamo la 'categoria della napoletanità', che è qualcosa che riguarda semmai i cosiddetti magliari della cultura nastrano, e quindi l'attrezzo psicologico che è loro attribuito dal perbenismo nazionale (e perché no, europeo), e che essi spesso strumentalizzano e di cui a volte si compiacciono. ma è altrettanto vero che presso di noi non è mai mancato chi prestasse il fianco a critiche siffatte. il fenomeno ci è noto; ma perché, poi, dovremmo disdegnare personaggi che, per pittoreschi che siano, quando davvero (e non è così) mancassero di altri meriti, hanno pur sempre quello non trascurabile di essere degli anticipatori? (20); o anche, l'altra formula sbrigativa del ' carattere di proposta locale ' (21), la quale formula, presa sul serio, significherebbe evidentemente che quando si opera al di fuori dell'egida dell'industria culturale (la falsa riga di cui sopra), o lontano dai centri di questi e senza rapporti con essa, è come se si perdesse tempo. il che potrebbe anche essere meno falso di quanto sembra, se davvero si identificasse il tempo con il denaro. 

intanto, emilia villa chiudeva a roma l'esperienza di ex, ' confessando ' lo scacco, e denunciando la situazione di totale vacuità creata dai 'professionisti in poesia moderna ', e dichiarava la necessità di ristabilire la distanza riconquistata ', per definire i contorni della fastidiosa assenza altrui. s'impone così la ri/defìnizione dell'attività artistica come gest'azione mentale (22), recuperando ad un livello più alto tutta l'esperienza precedente; la poesia non è più vista come esercizio letterario, ma come azione, gesto; scritttura-oggetto, che si muove verso la realizzazione dell'ipercomunicazione, verso il nuovo mentale, rinnegando se stessa; in questo ordine di idee si vengono realizzando due esperienze parallele, frutto di un isolamento attivo, capace di ristabilire la distanza, come sosteneva villa: il foglio ex e quello continuum, che tendono ad essere trascrizione di un comportamento poi-etico in corso, muovendo dall'estraneità assunta a vera e propria ideologia, ed affermando la necessità di raggiungere i limiti ed attingere il fuori, estendendo la dichiarata estraneità all'esistente (la città), come reale assolutamente non necessario (23). 

comunque sta di fatto che proprio a napoli, accanto a situazioni che pure presentano un notevole fermento di idee e serietà nella ricerca ma si muovono tutto sommato in un ambito normale e non mettono in discussione il mezzo che usano (24), non a caso, data la situazione di disgregazione che presentano i suoi strati sociali (la falsa riga culturale), è stato possibile il realizzarsi di una vera e propria fluttuazione statistica fra il fuori e l’esistente, di una smagliatura non prevista, ma tuttavia realizzabile; così che la produzione di cultura altra, a partire dal periodo di cui siamo venuti dicendo, può essere letta in modo da rintracciare, di fianco alla vocazione all'ufficialità, al più scoperto arrivismo, le linee di sviluppo che hanno portato a quest'esito. il lavoro, infine, si è concretizzato in una serie ininterrotta di documentabili (e documentanti) iniziative verificate sulla base di un continuo ricambio di persone e di dialettica interna, così che questa medesima serie di carte, di fogli, di azioni, di idee, di manufatti, è venuta costituendo il filtro dell'azione di persone, spesso nuove aggregate, e della cui continua diaspora varie cose andrebbero dette, tra cui, principale, il fatto che l'allontanamento da questa orbita è venuto inevitabilmente a porsi quale verifica di inanità ed, in parte, anche effetto di intollerabilità per una tensione nel lavoro (del quale sono stati scientemente esasperati i modi ed i motivi in una verifica continua), suscettibile però di esiti non immemorabili. emergono infine i non filtrabili, che si sono sempre ritrovati, pur tra oscurità e fraintendimenti, sulla linea del continuum via via rinvenuto, appurato, isolato come un virus in laboratorio (25). 

ma si trattava anche di concepire la rivista in maniera altra, cioè come un unico testo continuum, redatto e realizzato da autoriredattori; non si poteva più programmare il lavoro in tappe successive, dalla creazione del testo all'impaginazione tipografica: tutto doveva essere ricondotto ad un unico tempo; dal momento che il lavoro individuale, quando c'è stato, da parte di ciascuno, aveva cominciato a proporsi come inseribile, che avrebbe cioè avuto un senso soltanto se inserito e compenetrato nel lavoro di altri individui. il processo della produzione, in tal modo, ha permesso di superare immediatamente ogni nozione di autore e di opera, per identificarsi sempre più con l'azione stessa, con un comportamento che si correggeva di continuo, come nessuna macchina è in grado di fare, spacchettando ogni residuo equivoco ideologico (26). 


2) a voler parlare della nuova cultura a napoli, ad indagare appena nella massa dei documenti della nuova sensibilità che sono stati prodotti, il risultato evidente è che ogni tentativo per definire la ' distanza ', l'estraneità, la differenza è stato episcdico e necessariamente breve, di respiro corto e votato al ' fallimento ', discontinuo, con cadute e ritorni. ma tutti i tentativi hanno fatto anche emergere la difficoltà di estendere il sintomo, di vincere il malessere, fin troppo palese, di testimoni-autori ( in sé assolutamente vulnerabili ' dagli assoggettamenti troppo spesso ripetuti e insistiti al senso comune, alla koiné istituita e universale, che in ondate successive ha raggiunto la città, con false epifanie e specificazioni che cadono al di fuori della definizione stessa, fino all'esplosione autentica che in qualche caso è stata napoli: spettacolo non circoscritto e nella sua essenza indefinibile, allucinato e dispersivo nelle sue percezioni infinite e identità parziali, se non manche, « di ciò che si dice il diverso » ; puro accadimento di una situazione singolare e anomala, in cui la finzione è raggiunta e accettata con una tensione che la riscatta, a volte, dalla ‘ burocrazia ' del livellamento dello spettacolo stesso e del mercato, mettendo in mostra il suo potenziale negativo. 

il fatto è che si è trattato poi davvero, in qualche momento, di un episodio effettivo della più generale ( rivoluzione culturale ' (occidentale), la quale, pur tra incertezze, confusioni, conati, preparata assai lungamente prima del '68, giunse, anche qui, in quegli anni al suo momento più alto di consapevolezza, dopo il quale non poteva che cominciare il ‘ riflusso '; i suoi processi si potrebbero così delineare: a partire dagli anni del dopoguerra, l'azione culturale venne facendosi sempre più consapevole" della propria soggezione (se non della propria identificazione), nei confronti dell'industria culturale e ciò nel momento stesso in cui cresceva l'insofferenza per la separazione tra arte e vita e per la divisione del lavoro, più in generale. ciò fece sì che l'azione culturale prendesse a rigurgitare in momenti sempre più autocoscienti e fervidi, che rifiutavano in misura sempre maggiore l'esito produttivo e mercantile, tenendosi a distanza dalla sempre più oculata e potente industria culturale, la quale a sua volta emarginava ed isolava anelli determinati (27). 

per effetto di tale presa di coscienza, le cui ragioni non sono sempre riconducibili a determinazioni responsabili, venne facendosi riconoscibile un processo di superamento del prodotto in favore di manifestazioni di ordine gestual-rituale. nella prima metà degli anni ‘60, infatti, se si prescinde daija normale produzione di routine, e cioè da stanche ripetizioni ed imitazioni, tutti gli apporti e le elaborazioni più consistenti dell'avanguardia estetica si vennero rapidamente compiendo ed ultimando, mentre gli operatori (ed i gruppi) esaurivano (e spesso prendevano ad astenersi da) ogni attività ' creativa ', per passare alla pratica del gestual-rituale, o all'attività politica stricto sensu, o ad entrambe le cose; ma anche qui è possibile individuare due motivazioni dell'attività culturale-rituale, nel senso che si è detto, « l'egocentrismo di ispirazione liberale, e la modestia di origine sociocentrica e marxista », e seguirne lo sviluppo non a livello di manifestazioni ufficiali, bensì a livello delle correnti sotterranee di umori ed energie estetiche, 'di cui il nostro paese è tanto ricco quanto soffocante nei loro confronti, senza riscontro alcuno con situazioni diverse. ma, a voler tornare indietro, «nel caos rigoroso delle aperture e chiusure di senso e di sensi », per mettere insieme le testimonianze di un processo ancora in atto, le orme, per dare comunque delle ' nominazioni ' alle varie eclissi ed avventi, che sono i momenti e le tappe dell'avventura napoletana, di una città cioè al margine dell'attesa, si vede che resta ben poco, se non forse un miraggio radicale e appaltato, non riconducibile alle ragioni dei «critici lessicalisti e idioti», i quali si ostinano a misurare, ad assimilare, a spartire e soprattutto a valutare con un loro 'gioco' di predicati, contraddittorio e futile nella sua ripetizione, qualcosa che assomiglia e sempre più si identifica con il niente. 

del tutto inutile è stato ed è lo sforzo per cogliere il sapore dell'epoca (28); il tutto, la situazione di allora, e quella di oggi, sta a dimostrare, semmai, l'esaurimento, proprio perché il meccanismo della koiné, montato, funziona così bene, e può ormai continuare all'infinito, con un monotono differire, che è sempre l'analogo dell'istante precedente, fino alla vacuità; emergono alcune visioni e personaggi, pochi, che hanno accettato la loro sorte con un senso di trasgressione autentico che costituisce l'unico strappo sulla lucida superficie che è propria della koiné; uno ‘ strappo ' che appunto ha finito col tracciare un continuum di gesti e di presenze, che almeno in parte riesce ad avere la vitalità dello scorrere oscuro e contraddittorio della manifest/azione. 

ma come parlare dei trasalimenti della sensibilità che hanno permesso il concretizzarsi dell'ironia, del sarcasmo violento e insieme necrofilo che sono stati i caratteri più autentici della cultura, delle riviste e della nuova poesia a napoli, con tutte le relazioni, sotterranee o meno, che l'autenticità di questa avventura ha stabilito? e come, poi, interpretare le tracce, se nell'osservarle scatta il meccanismo della ' distanza ', che permette di porsi al riparo dalla perdita dell'oggetto stesso della ricerca, in un meccanismo di sottrazione nel/del passato, se la manifest/azione ha come sua prima pretesa quella di annullare le differenze e di porsi come soggetto della ricerca? 

la tecnica del prelievo permetterebbe, certo, in ogni caso di costruire dei ‘ significati ' fissi e slegati, che non potranno però mai abbracciale la disfunzione, che i ' trasalimenti della sensibilità ' hanno per la prima volta costituito; si potrà parlare forse di una contraddizione generale, senza, tuttavia, che si veda il vantaggio della distinzione, una volta che si sia ricaduti nel flusso della produzione/riproduzione: « d'altra parte ogni progresso dello spirito è stato fino ai nostri giorni un progresso contro la massa dell'umanità, la quale è stata spinta in una situazione via via più disumana » (marx); per dire, cioè, che almeno la manifest/azione è stata nelle sue intenzioni più segrete e autentiche un grido, un tentativo di riscatto dalla situazione subumana e stoltamente esistenziale, che il non-luogo, questa città, imponeva, ma non è stata, ne poteva essere, niente di più. 


3) la colonizzazione ha di nuovo riempito la città e i limiti della città sono anche i suoi limiti. l'esistente si dilata secondo un progetto di rimando platonico alle ' idee ' partendo dai supermercati dell'arte, dalle kermesses poetiche, dalle imitazioni underground e dall'editoria ufficiale, luoghi della prestazione dei ruoli e del riposo dopo la lotta o del riposo comunque, mentre giochetti culturali più o meno ingegnosi di operatori a mezzo servizio servirebbero da prove di esistenza e per accampare diritti di cittadinanza. i luoghi dell'assenza sono sempre gli stessi, gestiti per lo più dal solito giovanotto arrivista, nouvel maitre a penser e avanguardista in partibus infidelium, che raccoglie ciarpame da vendere agli indigeni, sfuso e a pacchetti. realizzate in forza di ammiccanti complicità, si tengono sei giorni di fonopoetiche in contemporanea con la rai, tavole di dibattiti intorno a ' summulae ' di pensiero metaphorein, e accadono collane di testi linguistico-semiotici e socio-umanistici, cantate dei pastori e solenni onoranze al prodotto grandeditoriale in trasferta, il tutto con l'acquiescenza e il privilegio dei lumini dell'accademia locale, detti anche i signori della terza pagina meridionale, purché non si tratti di gente social-progressista che fa chioccia la voce in campania. infinita autocitazione dell'inerzia conoscitiva, infinita dilatazione della sconfitta del desiderio, la galassia galleristico-libraria si lascia vivere fingendo d'ignorare la perdita delle rassicuranti categorie di spazio e tempo (il libro, il quadro, la pagina culturale, le sinecure, il salotto, il conto in banca). intanto il segno, lungi dall'essere approfondito e portato alle necessarie conseguenze, rimane praticato nella sua inerte superficialità e la contraddizione è considerata come un male da eliminare, anche fingendo di non averla mai portata (se davvero a qualcuno avvenne di portarla), infine i più furbi, proclamata la morte dell'arte, riescono a camparci sopra spiegando di aver capito tutto. eppure l’esistente non è necessario, oggi più che mai. la pratica poietica dilata il presente e il desiderio e richiede tracce e comportamenti in cui il residuo di metafora tenda a zero. oggi più che mai il fare poietico consiste nella gestione dell'energia evertitrice delle cose. che rispetto a tutto ciò sia più facile assumere la protervia dell'inventariare, il catasto filologico e metaforico, è del tutto comprensibile. ma ciò non si giustifica neppure con il finto alibi del ' come stampare ', perché se sorge, un problema di messa agli atti di alcuni risultati, esso può e deve essere risolto in alternativa al colonialismo industriale del nord, di cui parimenti va rifiutata la stessa imbeccata (tipo o genere dei prodotti). non è affatto vero che al di fuori dei mass media non v'è salvezza e che un'opera va considerata nulla e senza effetto se i mass media non la trasformano subito in avvenimento (29). 


4) caro luciano, evidentemente questo è un momento epistolare — il fatto è che mentre veniamo realizzando numeri di e/mana/azione (30) in cui si assommano testi e foto di rilievo per lo sviluppo delle nostre idee, il profilarsi all'orizzonte di fascicoli da curare-inventare si prospetta, insieme, come il momento in cui ci si richiede una maggiore lucidità e chiarezza di prospettive — forse questo fascicolo sulla ' poesia a napoli ' può essere considerato una specie di preparazione per la nuova rivista che franco capasse sembra davvero intenzionato a realizzare, mostrando una certa consapevolezza di una certa situazione italiana in cui si sono costituite tante parrocchiette, ciascuna fornita di rivista-organo-di-presenza-e-messa-agli-atti e grosso editore alle spalle; oppure del fatto stesso che ex cultori dell'happening hanno dato vita a un proprio foglio di catasto alfabetico sulla base dichiarata della mera condizione comune italo-lombarda — e allora, respingendo ancora una volta la categoria tribale della napoletanità, si trovava, parlando fra noi, che è ora di montare in cattedra e far valere, finalmente, senza false modestie e senza pudori inverecondi, la nostra qualità di interlocutori planetari — forse il desiderio-nostalgia della cinta delle mura locali come proprio teatro (non senza ambizioni dì egemonia, però) nasce dal verbo dei nouveaux maitres a penser (dagli hénri-lévi allo stesso débray, tanto per fare riferimenti precisi, ma è il caso di citare la stessa consapevolezza che i giochi ormai si fanno in usa, capitale mondiale) — allora sarà opportuno considerare che siamo solo all'inizio delle elaborazioni di una categoria di persone (tra cui contiamo vari amici) che, dopo aver fatto i rivoluzionari, magari anche come affetti da «malattia infantile», oggi trovano che la sinistra, ricca della scienza (superata) di come assicurare successo all'assalto al palazzo d'inverno, manca poi del tutto di quella intorno ad un accettabile regime sociale — e sarà anche vero, ma non mi pare che la faccenda sfiori il punto in questione — questo per noi è un altro, perché resta sempre vero che il mezzo editoriale, quello cinematografico, quello stesso televisivo hanno oggi il costo e l'accessibilità della penna a sfera e (ricordo l’annotazione di franco visco e l'idea tua del festival totale del passo ridotto) assistiamo alla totalità della letteratura, del cinema, della tv, insomma della ' rappresentazione ' — ciò rende inutile e svuota assolutamente ogni conventicola locale, uguale alle altre e a tutto il resto e porta in primo piano la palude planetaria, sulla quale grava l'alternativa della distruzione atomica o della partecipazione poi-etica — ma noi ci sforziamo di non essere storicisti e lavoriamo perché a colpi sempre più frequenti irrompa nel mondo la festa del '68, in cui la partecipazione poi-etica toccò il suo culmine — in questo infatti consiste essere l'avanguardia, di norma, fallimentare e perdente, così come il fatto che chi la persegue vive anche nella doppia verità — le occasioni in cui il significato si realizza appaiono infatti istantanee e occasionali, ma è solo in esse che può confluire ogni istanza o gesto da noi mosso e quando si è realizzata una micro-situazione che interrompa l'ordine costituito attraverso una singola estetica, essa è sempre l'inizio di una macro-situazione di portata mondiale, pur rimanendo un inizio destinato a restare solo tale in 99 casi su cento — la nostra messa agli atti è sempre una esemplificazione della festa planetaria e non si può finalizzarla alla sopravvivenza ed allo spirito di conventicola, perché una microsituazione è sempre una realtà e vi si entra davvero — se si monta un labirinto di specchi e vi si accompagna per mano una persona, nel percorso sia pure minuscolo si è in due a respirare e toccarsi, vicini e comunicanti, e questo è una festa, ma ciò è anche l'inizio di una festa mondiale perché può essere esteso e continuato da tutti, in tutto il mondo — se noi perseguiamo strumenti del genere, questi sono per l’appunto quelli che inventano la realtà e che costano quanto una penna a sfera, per cui si può anche dire, senza temere di entrare in una fuga in avanti, che abbiamo raggiunto il costo minimo di questi strumenti stessi, da cui la consapevolezza di poter mutare la realtà sempre che si voglia, da cui la stessa possibilità di questa consapevolezza — il brutto ispessimento del mondo in senso alfabetico e catastale, perseguito dalle conventicole, è organico a quello capitalistico burocratico (e militare) dell'esistente, e reclama a gran voce la festa poietica che perseguiamo noi — ma ho scritto troppo — ciao, martini. 


5) ma napoli è solo un luogo della memoria. dove gli atteggiamenti consentiti restano ancora e soltanto quelli che derivano da una complicità di fondo che lega ed invischia tutti, con le sue false manifestazioni di riverente tenerezza, sorridente trasporto e diffuso autocompiacimento. un luogo ricco d'immagini che non hanno più consistenza, di vuoti simulacri i cui contorni sembrano essere stati fissati una volta per sempre e della cui esistenza è sempre lecito dubitare. 

e ancora, a voler andare oltre gli ammiccamenti della ristrettissima cerchia oligarchica, gelosissima e soddisfatta, che si esprime per il tramite di una impressionante letteratura retorica e melensa, attingendo a piene mani ad episodi ed aneddoti personali, spesso scambiando la città per il centro dell'universo, l'indagine assume inevitabilmente il sapore di scavo, di un ritorno in territori ambigui, dove ogni discorso rischia di non uscire dai confini dell'onorata società o del rifiuto violento. la denuncia stessa si presenta come un momento della più generale contraddizione (31). 

nel gioco delle parti che così spesso si instaura non sono sufficienti gli strumenti della critica e l'intero armamentario scientifico: l'indeterminazione e l'identificazione che opera il vissuto troppo spesso si oppongono alla certezza del giudizio e si è tentati ad ogni passo di cedere alla rinuncia, di lasciare ad altri il compito di esorcizzare i fantasmi tramite l'infinita autocitazione della loro inerzia conoscitiva. la sensazione di impotenza e di fallimento metafisico impedisce di accettare le formule pacificatorie e realmente inutili di una cultura frammentaria e combinatoria che è lo specchio dell'esistente. lo ' sguardo ' non riesce ad essere mai freddo ed indifferente, ed anche se l'indagine rischia di fallire il suo oggetto, si carica continuamente di notazioni biografiche, che si risolvono alla fine in una sfida assurda e disperata e sempre perdente, che paradossalmente è il collante più tenace, vero e proprio cordone ombelicale con questa fradicia parte del mondo. 

da qui la nostra personale ' indignazione ', che a volte si è posta e si pone nei termini di una disperazione più grande dove è comodo riconoscere la propria, dove i segni e i linguaggi sono almeno leggibili nella degradazione circostante che così sembra diventare sopportabile, dove i passi sono anche fisicamente stabiliti e i percorsi ossessivamente gli stessi. alla fine la memoria e l'autobiografia non suggeriscono che sofferenza, ed è per questo che finora si è lasciato che il ' luogo ' gestisse se stesso, con l'indifferenza di chi sa di non poter perdere altro se non ciò che profondamente rifiuta. 

ma a volte il ' rifiuto ' non basta a chiarire gli equivoci e corre il rischio di passare per l'atteggiamento negativo ed inutile di chi vuole a tutti i costi porsi nella comoda posizione illuministica ed aristocratica dei signori dell’autocoscienza, che dai giacobini napoletani in poi non ha fatto altro che scatenare il sanfedismo più retrivo e reazionario. così si è quasi costretti, nostro malgrado ad ' andare a vedere ', andare cioè al di là del senso di perdita, abbandonando la morbida complicità della memoria, per dare un significato allo stesso vagare quotidiano attraverso i segni e le immagini, non fosse altro che per conquistare la consapevolezza del tradimento. 


luciano caruso 



l) nanni cagnone, / giovani, ' marcatré', n. 30-33, p. 291, lerici, roma. 1967. 

(2) ma più che della sopravvivenza dello spirito di ' vecchia capitale ', sembra trattarsi di uno squallido gioco in cui la città diventa un vero e proprio ' umbilicus mundi '. 

(3) l. caruso, intervento al dibattito sulla ' crisi della letteratura meridionale ', in ( nuova presenza ', n. 32-33, p. 37-39, 1969. a questo, oggi, si può solo aggiungere che da quelle opere e da quei personaggi emerge solo il furore esistenziale della prosa di luigi incoronato in « scala a san potito », nell'immediato dopoguerra, e la sotterranea passione sperimentale di alcune poesie di vittorio viviani, rimaste a livello « privato » e pubblicate solo di recente, di modo che il milieu ufficiale ha potuto tranquillamente ignorare e considerare marginali l'una e l'altra esperienza, che sono le uniche nelle quali siamo disposti minimamente a riconoscerci. 

(4) ci riferiamo, soprattutto, alla rivista ' sud ', diretta da pasquale prunas nell'immediato dopoguerra. 

(5) le iniziative dei personaggi in questione, risultano importanti, a distanza di tempo, soprattutto per il senso di sana sperimentazione che lasciarono. con colucci assistiamo alla ripresa con la rivista presituazionista e poi situazionista, ' potlach '. ma per avere meglio un'idea dell'atmosfera di allora si veda l'appunto di s.m. martini, che delinea in maniera abbastanza precisa le fasi dell'incontro di alcuni artisti e della promozione da parte loro di una rivista, ' documento sud ', tra le rare semiclandestine di quegli anni, in l. caruso, contributi per una storia dei gruppi culturali a napoli (1958-70), in ' logos ', n. 1, napoli, 1973, p. 164-5; (l'appunto di martini fu in parte utilizzato anonimo da tristan sauvage, l'arte nucleare, schwarz, milano, 1962). 

(6) indicativi, in tal senso, gli < editoriali ' di luca (l. castellano) in ( documento sud ' e ' linea sud ', insieme alle ' invettive ' di guido biasi, che concludevano i fascicoli della prima rivista, e che sono frutto di un ' risentimento ', di un rimpianto per una società che non li ha mai accettati, e con la quale, malgrado tutto, cercavano di stabilire un dialogo fatto di ingiurie. 

(7) la contraddizione, ovviamente, non era solo dei redattori di ' documento sud ', ai quali ci riferiamo, stretti fra il recupero del visceralismo autoctono e del surrealismo accademico, ma anche dei loro amici (come ad esempio sanguineti e balestrini) che con loro firmarono il manifeste de naples nel 1958, contro l'astrattismo. 

(8) cfr., la disoccupazione mentale, a cura di l. caruso, longo, ravenna, 1972, la prima parte, ' ii fuori '. 

(9) la situazione a napoli permane immutata, se non peggiorata, e sempre affidata al sordo lavoro quotidiano come unica possibilità di riscatto, oggi come allora, dopo la-fine di ‘ documento sud ' e l'emigrazione m cerca di mercati più redditizi di gran parte dei suoi redattori, cfr. anche, al riguardo, l.caruso, intervento e risposta su alcune questioni riguardanti il fare culturale nella città di napoli, gli intellettuali e il partito comunista, in ‘ e/mana/azione ‘, firenze. novembre 1977. 

(10) nanni cagnone, i giovani, cit. . _ .. . „ ,. ^^ , … 

(11) dalla prefazione, in s.m.martini, schemi, sud-arte, napoli, 1962; la distribuzione "della plaquette fu curata dall'autore e da persico e raggiunse tutti i piccoli gruppi che in italia e all'estero erano interessati alla ricerca di un nuovo linguaggio. 

(12) d’aitra parte va almeno detto che a martini è toccato, per mancanza di tempismo o rifiuto dei giochi di potere, il solito destino dei poeti napoletani da canguro in poi, quello di essere inutilmente anticipatori; perché pur essendo stato praticamente il primo in italia a ricorrere alla visualizzazione della scrittura nel secondo dopoguerra, anche se è in corso una generale retrodatazione da parte dei poeti visivi finalmente ammessi nelle gallerie, ha praticamente «venduto» questa sua invenzione, prima organizzando una mostra e il discorso critico sulla nuova poesia nel corso della riunione del gruppo 63 a reggio emilia e poi montando una mostra di poesia visiva alla galleria guida di napoli nel 1964, alla quale convinse a partecipare i novissimi, con il risultato di essere poi messo da parte e fare la figura del seguace che arriva in ritardo. i fiorentini banalizzarono ed utilizzarono solo parte della sua lezione, cercando e trovando seguaci fra i giovani anche a napoli, come ad esempio g.b. nazzaro, a. russo e a. bonito oliva. 

(13) ‘ linea sud ', n. 3-4, napoli, febbraio 1966, in terza di copertina; la nota è dovuta a s.m. martini, anche se non appare firmata e si riferisce all'inchiesta apparsa nel ' marcatré ', n. 14-15, lerici, milano, 1965. 

(14) vale la pena di insistere ancora sul fatto che si deve ai gruppi e alla riviste di cui si è detto, (alle quali forse è da aggiungere la sola ' uomini e idee ', diretta da corrado piancastelli, che nella prima serie fece opera di informazione abbastanza utile mettendo in contatto quasi tutti i gruppi presenti in italia) il mutamento della realtà napoletana, in contrasto con l'affermazione «credo di aver fatto qualcosa anch'io » dei singoli operatori allineati con la koiné genericamente avanguardistica, presenti a napoli come altrove (vedi ad esempio, in tempi più recenti, la funzione svolta dalla rivista ' es ' che tratta di avanguardia e di neoavanguardia ad un livello paraccademico e 'tutto sommato abbastanza noioso), quando c'è anche da chiedersi se il ' qualcosa ' sia vantato a buon diritto o solo millantato, e non sarebbe millantato solo che si fosse in grado dimostrare effetti anche durevoli, esiti, risonanze, di quelle operazioni che il ' qualcosa ' sottintende, non tanto e solo fuori del proprio ambiente, quanto nel corso di un (ragionevole) periodo di tempo. 

(15) cfr., l. caruso, idea per una storia dell'off (kulchur) in italia, in ' ana etc ', n. 8, p. 5-9, geneva, 1969; non è la prima volta che si è trattato di questo argomento, l'articolo in questione fu una definitiva sistematizzazione del concetto di off; l'incontro fra il gruppo di continuum e la rivista genovese nacque proprio sulla base di questa tematica comune, che si è poi sviluppata come ' anarchia culturale '; sull'argomento, ora, vedi anche il catalogo della mostra di edizioni di poesia sperimentale in italia il piccolo scrivano, a cura di l. caruso, vi biennale internazionale della grafica d'arte. palazzo strozzi. firenze, dicembre 1978. 

(16) in 'linea sud', n. 5-6, p. 14, napoli, 1967, e in, ii gesto poetico, antologia della nuova poesia d'avanguardia, ' uomini e idee ', n. 18, napoli, 1968. 

(17) in, l. caruso, contributi per una storia dei gruppi culturali a napoli, cit. 

(18) fra le varie sigle e titoli e nominazioni che assumono questi ' organismi instabili ', oltre quelli qua e là citati ne] testo vanno ancora ricordate fra le riviste, ' silence's wake ', ' dettagli ', ' altri termini ' e ' colibrì ', quest'ultime entrambe a cura di franco cavallo; e fra le iniziative editoriali sono da citare le collane de ' i libri di uomini e idee ', pubblicate da schettini editore, ' i lilliput ' di colonnese e ' pattern ' del visual art center, oltre naturalmente le iniziative che si sono affiancate alle riviste e ai fogli già citati, come i < quaderni di continuum ' e le edizioni di 'altri termini ‘. 

(19) e che si tratti davvero di ' deserto ' non abbisogna di dimostrazioni, basti per tutti un episodio recente e davvero esemplare; un tale michele sovente, al quale è stata affidata la parte riguardante i poeti in campania di un assurdo zibaldone dal titolo inchiesta sulla poesia / la poesia contemporanea nelle regioni d'ltalia, bastogi, foggia, 1978, occupandosi del gruppo continuum, ci accusa di ambiguità e di scarsa sensibilità verso la realtà drammatica circostante di napoli e provincia, in pro' di una non chiarita ed attardata nozione di impegno; crediamo che l'infortunio capitato al povero giovane, amico a quello che è dato di capire dei magnanimi scrittori neorealisti sopravvissuti e collaboratore di giornali come ' ii mattino ' si debba al suo torto di non saper leggere, non ci resta quindi che rimandarlo al materiale di continuum (ma anche di altri poeti troppo frettolosamente liquidati), dove continuamente si predica il rifiuto dell'ufficialità in nome di un realismo non volgare e dove si sono dibattuti i problemi reali della situazione attuale, a cominciare dal rapporto fra arte, attività culturale e politica. 

(20) ci riferiamo ad esempio a personaggi come luca (l. castellano), ‘ organizzatore tellurico di gruppi e situazioni ' che affascina con la sua ' prepotenza ' e che continua ad inventare, come dal niente, persone e movimenti legati alla sua sola presenza e sempre più convinto assertore di una sorta di « fronte popolare degli artisti del sud ». su luca si legga quanto scrive e. villa, in ' linea sud ', n. 5-6, napoli, 1967, guardate l'operatore (operarius, artefice, artista, tecnergo) luigi castellano, e, ancora più ' attento ' alle sue opere si veda i] pezzo di s.m. martini, riportato in nota, in, l. caruso, altri contributi per una storia dei gruppi culturali a napoli (1958-1974), in ' logos ', anno 1974, napoli, giannini, 1976, p. 110. 

(21) visto che questa formula fu sbrigativamente usata nei confronti di alcune esperienze napoletane dai maggiorenti del gruppo 63 assurti ai fasti dell'industri. culturale, resta da spiegare come mai personaggi così acuti siano caduti in una trappola davvero ingenua come l'editoriale della rivista ' alfabeta ', dove candidamente si confessa che l'unico motivo per mettere insieme tanti geni è quello di abitare tutti a milano. 

(22) nell'ambito di questa tematica fu realizzato il gesto poetico, numero speciale di ‘ uomini e idee', n. 18, napoli, 1968, che intendeva illustrare tutte quelle attività poetiche ed ipotesi operative che la neoavanguardia ufficiale aveva lasciato in disparte. 

(23) esemplare al riguardo il n. 1 di continuum, che costituisce una sorta di manifesto-programma, che muovendo dalla dichiarazione «l’esistente non è necessario» la estende con una critica alla ragione che si è sviluppata nella sua ' funzionalità ' al potere. queste affermazioni furono poi ampiamente motivate in due grossi lavori, la disoccupazione mentale, cit., e il numero speciale di 'logos ', n. 2, napoli, 1973, dedicato a wittgenstein in italia: il problema del limite, ulteriore sforzo inteso a dimostrare che i sacri penetrali del sapere sono soltanto il cuore del luogo comune, che è proprio nei rarefatti climi dell'accademia che si annidano i brogli omicidiali della razionalità, che anzi essi ne costituiscono gli alibi più sicuri, 

(24) cfr., ad esempio, i numeri della nuova serie di ' uomini e idee ', apparsi nel 1975. 

(25) partecipano all'esperienza di continuum oltre a martini e caruso, e. villa, m. diacono, f. e s. visco, l. marcheschi, f. piemontese, g. polara, m. oberto, r. carpentieri, g. longone, e. piccolo, p.p. daniele, ecc. nell'ambito di continuum sono state realizzate una serie di esperienze individuali, fra cui memorabili, il primo libro cancellato prodotto in italia, ' l'orma della disciplina ' de! 1967, realizzato da caruso e carpentieri, e un libroggetto di ceramica, ' la più profonda atarassia ' de] 1974, prodotto in fabbrica da caruso e longone. sull'attività del gruppo napoletano esiste una vasta bibliografia, si veda almeno, p.p. daniele, cronistoria del gruppo di continuum, in ' logos ', anno 1974, giannini, napoli, 1976; p.p. daniele, cronistoria di continuum, in ‘ techne ', n. 17-19, firenze, gennaio 1976; p.p. daniele, cronistoria dell'attività del gruppo di continuum: napoli, 1967-1974, in ' rendiconti ', n. 29-30, bologna, gennaio 1977; e infine, p.p. daniele, il gruppo di continuum, di prossima pubblicazione nel n. 14 de ' ii verri '. a continuum sono state dedicate due mostre: incontri culturali della nuova lalia. napoli, novembre-dicembre 1975 e galleria d'arte porta ticinese, milano, aprile 1979. per una rapida conoscenza dei testi cfr. l. caruso, l'avanguardia a napoli (documenti) 1945-1972, schettini, napoli, 1976, la sezione di continuum è a cura di p.p. daniele. 

(26) vedi il manifesto esplicativo manifest/azione in l. caruso, contributi per una storia dei gruppi culturali a napoli, cit., p. 175-176. 

(27) può essere di una qualche utilità al riguardo, l'esame di una specie di consuntivo approntato da ' l'espresso ' qualche tempo fa (31 maggio 1970), insieme ad un albero genealogico delle avanguardie italiane a cura di v. riva; cfr. anche le critiche riportate in nota in, l. caruso, altri contributi per una storia dei gruppi culturali a napoli, cit., p. 108-109.  

(28)" vedi la testimonianza riportata da l. caruso, altri contributi, cit., 

(29) tutto il paragrafo 3 è stato steso con p.p. daniele e s.m. martini e compare con la loro firma in ' e/mana/azione', n. 19, firenze, ottobre 1979. 

(30) ' e/mana/azione ' è l'ultimo foglio prodotto da una parte degli autori di cui ci" stiamo" occupando, reca il sottotitolo « notizie di laboratorio - foglio dis/ continuo-a circolazione privata - acefalo - diario in pubblico - aperta - extravagante - ecc. ».

 (31) tutto questo scritto, ricavato mettendo insieme e rimontando parti di interventi già utilizzati altrove, non può ovviamente prescindere dalle motivazioni che hanno presieduto alla realizzazione di due nostri massicci lavori, più volte citati nel testo o in nota, cioè, la disoccupazione mentale, cit., 1972, e l'avanguardia a napoli, cit., 1976; il problema oggi, dopo la radicale negazione dell’esistente ivi delineata, si pone in termini di egemonia e quindi richiede un confronto critico fra la realtà e il progetto comunque contenuto o sottinteso nei volumi in questione. la stessa situazione porta a riformulare quel totale rifiuto di compromissione, certamente non ricorrendo ad una superata nozione di impegno, ma come l'unico mezzo che abbiamo ancora a disposizione per il superamento della reazione che stiamo vivendo, e che è passata strisciante o palesemente imposta sulle nostre teste, costringendoci ad arretrare sempre più verso una sterile difesa dell'individuale. 


nota 


gli scritti che precedono, pur delineando un ritratto a caldo della situazione napoletana, non pretendono di essere un'introduzione, che d'altra parte sarebbe stata impossibile, per un processo in atto. per esempio, un discorso altrettanto circostanziato avrebbe meritato la rivista altri termini, che ha operato negli anni '70 a napoli in analoghe prospettive di costante opposizione alle strutture culturali ufficiali della città. abbiamo dovuto rimandarlo ad altra occasione (un prossimo fascicolo di colibrì) non essendo stato possibile approntarlo in tempo utile per la stampa della presente pubblicazione. confessiamo qui che la scelta degli autori da includere nell’antologia è necessariamente parziale e deriva unicamente dalla conoscenza che noi abbiamo delle personalità attive nel periodo preso in esame. per il resto pensiamo di essere esclusi da qualsiasi altra considerazione. infine, essendo sempre convinti che nessuno può parlare meglio delle proprie cose, abbiamo invitato i vari poeti a scrivere una dichiarazione dedicata ai problemi specifici della propria poetica e ai problemi dell'operare (estetico - poi/etico) nel sociale a napoli, in modo da mettere insieme una sorta di ideale dibattito; i testi creativi qui raccolti sono stati scelti con la collaborazione degli autori, ma ovviamente non per questo ne siamo meno responsabili. 


ringrazio qui quanti mi hanno permesso di realizzare questo lavoro, a cominciare da salvatore pica, al quale si deve la prima idea di questa pubblicazione. 


l.c. 












































luciano caruso, courtesy archivio luciano caruso