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enrico bugli

prolegomeni per una lettura corretta delle avanguardie napoletane

proleghein alla “contestazione dell’arte” di stefano taccone

per una lettura “diversa” dei fatti a napoli


“prime note” - guardando una vecchia foto di luca e ricordando.

ho intuito che la volontà di cambiamento di quell’uomo si inseriva sul substrato culturale di una città morta. gli “artisti” che essa vantava erano uomini del fascismo prebellico (già provinciali prima della guerra, ignoranti come somari da sempre) che galleggiavano su uno strato più giovane, che tentava, con la stupidità disarmante dell’arrivista, di adeguarsi al panorama ritenuto vincente seguendo la linea del neorealismo che faceva capo a quella “intellighentsia” locale del pc, più mafioso e ugualmente post fascista. questa era la qualità e gli attori; (come ci ricorda la tua “contestazione…). la città, era completamente periferica e dimenticata come e più di una timbuktù, rispetto alle esigenze non solo della cultura, ma anche del mercato internazionale che la ignorava completamente. i personaggi di mezza tacca che ricordiamo vivevano isolati in un isola-lazzaretto nel quale illudevano se stessi e i loro vicini di essere e fare cultura, all’interno del cordone sanitario che loro stessi alimentavano.

il mio professore dell’accademia era stato alla mostra di moore a roma (1957?) riunì tutta la scuola per spiegarci che moore non era poi tanto bravo quanto si diceva, perché le sue regine avevano delle braccine asfittiche e sproporzionate. fu allora che brancaccio, che era un brav’uomo, ferito e fuori di se per “l’irriverenza” del mio intervento, mi invitò più che bruscamente a uscire dall’aula. 

da un canto, vegetavano i vecchi transfughi del ventennio fascista che ancora riuscivano a gestirsi in grandi mostre come le biennali, (ciardo artista modesto ma “chiara fama” dai bei tempi, negli anni ’50 fu commissario alla biennale) e dall’altro i guttusiani, pompatissimi e di cui oggi pochi ricordano i nomi;  il tutto si sovrapponeva a varie mafiette locali che gestivano premi e mostre minori (il libro di starnone ne accenna).

luca pubblicamente ed ereticamente in disaccordo con la koinè locale ma anche con la linea propagandata e imposta da un pc gretto e limitato, escogitò una strategia culturale che nei suoi sviluppi darà un’autonomia intellettuale sia pur temporanea a questa città, costituendo un fenomeno e un esperimento forse unico nel suo genere, nella “damnatio” delle antiche baronie di qualunque colore, per la serie di ondate successive e organicamente partecipative di giovani emergenti e nella ricerca di un’originale fondazione ideologica di una politica del fare.

lo slancio fu purtroppo solo temporaneo, gli assunti e le strategie culturali di luca, partendo da premesse marxiste, si muovevano su quella linea utopica alla quale tutti noi credevamo cioè che le vie del rinnovamento dell’arte si dovessero muovere in una prospettiva strettamente al di là di ogni mercimonio e aggancio servile al mercato, e che l’arte non doveva essere riservata solo alle elite ma che in una prospettiva non solo politica, tutti proprio tutti ne avessero diritto. e andò proprio così, fintanto che i più dotati partirono per milano, o parigi, dove pure dovevano campare, e finché successivamente il grande mercato non scopri che napoli poteva essere una piazza da colonizzare, come tante altre del mondo.


diavolo non è mio mestiere costruire storie, ma mettiamola così:


napoli non aveva un vero mercato, diciamo che esistevano delle forme artigianali e quasi casalinghe di compra vendita, che non potevano essere appetibili alle grandi holding che da un ventennio tessevano le loro tele sulle piazze che contavano sfiorando appena milano.

una borghesia incartapecorita, con sogni e pretese di cultura, di un livello che continuava a scendere sempre più in basso (basta leggere qualche articolo di paolo ricci, che rappresentava la punta dell’iceberg, per capire a che punto si era arrivati o dare uno sguardo alla “disoccupazione mentale “ volume alla cui redazione partecipai) faceva il buono e cattivo giorno.

anche più tardi, quando già il grande mercato aveva posato lo sguardo sulla nostra città, la peraltro simpatica e distinta, proprietaria di una galleria in centro, espose una diecina di cardinali di bacon, che costavano allora molto poco, soprattutto per una signora come lei, ma non ne volle comprare nemmeno uno: avrebbe fatto il più grande affare della sua vita e della sua famiglia, eppure bacon era un pittore figurativo, figuriamoci!

va anche ricordato che contro la crisi intellettuale e la stagnazione era già stato gettato, anni prima, un ponte dall’allora giovane professore mario colucci e nuove forze culturali molto impegnate, come guido biasi e mario persico, avevano una seria corrispondenza con tutto il meglio di quella cultura europea, che si era affermata tra le due guerre.

va notato che in campania c’è una sola accademia di belle arti alla quale ancora oggi afferiscono studenti da tutta la regione, per cui il gruppo ’58, anch’esso scaturito dall’accademia, in quella sede aveva gettato il seme di idee e di comportamenti, si fa per dire, rivoluzionari e comunque contrari alla stagnazione generale che,  veicolate dagli studenti, erano destinate a diffondersi e ad allargarsi, prima nella regione e poi man mano anche molto lontano. queste premesse erano rinforzate da quanto di nuovo lievitava nella facoltà di architettura, ad opera dei più giovani (anche prima di dalise, che allora aveva un programma).  spinti dall’azione di luca, i giovani che cominciavano a laurearsi introducevano negli ambienti con pretese più elitarie idee e forme nuove.

su questo fervore di giovani architetti si inserisce con chiare idee, aggiustate sulle attese delle forti istanze culturali che intanto lievitavano, lucio amelio che apre una prima galleria al parco margherita, ove si susseguono mostre “anticonvenzionali”. in effetti, allineate e coperte, che sposavano molto bene le istanze e gli stimoli dei suoi futuri clienti, si susseguono le mostre di vasarely, di munari ecc. man mano allargate a un pubblico sempre più intrigato di artisti e di acquirenti.

napoli intanto era diventata una piazza interessante, ricordo che a bologna mario diacono, di ritorno dall’america, mi propose, era presente carlo alfano che poi mi rimproverò molto perché avevo nettamente rifiutato, di dirigere una galleria nel centro di napoli, per la quale mi avrebbero fornito un grande locale, mostre e programmi.


a questo punto le strade indicate da luca sono destinate a diventare e diventano utopiche e purtroppo velleitarie; esse vengono secondarizzate dall’azione di quel mercato globale dell’arte, che detiene capillarmente il monopolio  sull’informazione che conta. un mercato che, secondo le leggi eterne, rifiuta, con tutti i mezzi, ogni concorrenza o anche affiancamento d’idee di prodotti locali, tanto peggio se ideologicamente allineati e/o comunque tutti quei prodotti che non distribuisce direttamente, questa operazione di dumping e di monopolio era allora come oggi, secondata fortemente da quanti cominciavano a fare buoni affari con la compra vendita di opere confezionate e propagandate oltralpe. questo favorì la nascita e la crescita di parecchie gallerie, con intenti culturali legati al mercato multinazionale dell’epoca. quello che ha maggior successo è sempre amelio che riesce a legarsi alle correnti di mercato più aggressive e pompate.  tutte le cose nuove nella nostra città fanno molto rumore, queste imprese erano avvantaggiate dalla forte volontà di rinnovamento che si era creata negli strati elitari della città, conseguendo un forte appoggio dei mass media locali e anche, facendo debite eccezioni e distinguo, da critici di qualità che intanto si erano autorevolmente formati tra roma e milano, comunque lontano dalla nostra regione.

il PCI, che all’epoca poteva avere i mezzi intellettuali per portare chiarezza in una situazione che si rilevava in un certo senso reazionaria e sicuramente antimarxista, non solo restò immobile, ma in parte secondò le azioni di galleristi agguerriti, comunisti o simpatizzanti di vecchia data.

come un riflusso di marea, intorno a luca si coagula un coacervo d’idee, genialità, volontà di essere, di giovani personalità talvolta eterogenee, ma tutte animate da una spinta vitalistica di sopravvivenza e affermazione.

alcuni tentano, ideologie a parte, di legarsi comunque a un certo mercato, ma finiscono crudelmente secondarizzati e discriminati (non voglio fare nessun nome, ma basterebbe vedere la misera posizione che qualcuno occupa sul "artvalue meyer"), altri continuano un’azione anarchica talvolta di straordinaria attualità e valore, destinata crudelmente a restare locale, oltre che criptica.

insisto nel parificare il mercato dell’arte a qualunque altro, le premesse sono uguali, impedire a qualunque tipo di diversità culturale di comunicare, screditare la concorrenza, impedirne l’esibizione nei luoghi deputati, vendere qualunque cosa dalla quale ricavare il massimo profitto, invadere massicciamente ogni angolo ove sarà possibile vendere. il mercato globale si esercita su tutte le merci e i prodotti sono tutti trattati allo stesso modo, siano prodotti dello sport, dell’industria o dell’agricoltura, anche l’arte, quella che si vende, subisce lo stesso iter. qualche galleria tenta addirittura di gestire una piccola scuderia ma i risultati vengono tutt’al più tollerati, o usati come merce di scambio e comunque restano ininfluenti e secondarizzati. nascono anche le fondazioni culturali, un sistema senza scopo di lucro, magari poco tassato, che certamente favorirà con la diffusione delle idee e dell’arte”moderna” anche chi vuole acculturarsi in incognito e  magari farsi una bella collezione, riciclando  in nero.


notazioni generali sui valori’estetici

il mondo vuole solo gli originali. significa, che le imitazioni, i fac simile, i sembra quasi anche se non è, non hanno nessun valore. questo è il limite delle operazioni così dette provinciali,  cioè, “com’è bello somiglia tanto a caio o a sempronio”. tutta l’uniformazione presente, come già è accaduto altre volte  nella storia, è destinata a sparire.

d’altronde anche avere delle idee straordinarie e a raccontarle in giro non fa l’opera d’arte e tantomeno l’artista, puoi esprimere dei concetti eccezionali, ma manca la marcia in più, usciranno solo dei prodotti modesti. l’artista si giudica dal prodotto e non dalle splendide teorie che propone magari a voce come le favole.

anche le date talvolta apposte ad opere posteriori, non favoriscono il proprio passaggio alla storia, è errore proprio dei provinciali (a qualunque città e ceto appartengano) pensare che falsificando le date possano,  si ci possa, rifare una verginità storica, che invece quando c’è, viene scritta dalla qualità dell’opera (brecht accusato più volte di plagio lo insegna),  nemmeno i ritagli di giornali d’epoca adesi con le date ben visibili su collage, poesie e dipinti possono servire se non sono supportati dalla originalità e dalla qualità.