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prisco de vivo

chi era camillo capolongo?

è sì! ti aspettavo novello kafka”.

p. vicinelli



chi era realmente camillo capolongo? poeta, performer, pittore, scultore e agitatore.

è veramente esistito? come lui asseriva: “io sono perché non sono”. chi lo ha conosciuto sa che era lui stesso un’opera d’arte duchampianamente parlando, ma anche, la negazione di se stesso agli altri. camillo capolongo com’era legato alla vita così era slegato a se stesso e quanto meno alle sue opere, talvolta, provvisorie e precarie, irregolari, ma, anche, eclissate alla funzionalità ed alla bellezza.

vincenzo de simone, suo solidale amico diceva a proposito di una delle più poetiche e precarie installazioni “21 cani” alla sala del lazzaretto 1997. “eccolo mettere a nudo la provvisorietà: non per illustrare la morte, ma per prendere coscienza ed illustrare l’eternità”.

la scultura per camillo era dare forma al vuoto, uno stendardo da appendere al sole «come una sindone riconoscere le tracce del sacro impresse dal tempo; l’eccentricità della sua scrittura sia visiva che letteraria riportano fuori tutti i conflitti, le ferite e l’icasticità, tanto che ne fanno uno sperimentatore autentico».

luca (luigi castellano), altro suo compagno solidale diceva: “tu non assomigli a nessuno”, non aveva tutti i torti; come non aveva torto nel dire di camillo: “fa arte vera, arte randagia, un’arte che per tanti è stata del tutto scomoda”.

ma, se camillo lo si guardava da lontano appariva come un personaggio esile, sputato fuori dallo spazio, una figura teatrale, fuori da ogni scena, dinoccolato e macilento fino all’inverosimile. asciutto, disadorno, scabro come apparivano i suoi disegni, quelli affastellati o rimossi dal “nonsense”; quelli che all’inizio della sua carriera di disegnatore apparvero sul corriere dei piccoli  o su linus.

camillo poteva apparire benissimo sulle vignette di federico fellini, anzi, di sicuro poteva diventare uno di quei suoi oscuri e grotteschi personaggi del suo malinconico cinema.

come un’erosa figurina di alberto giacometti, era, anche, un eroe tragicomico che ironizzava sulla vita per allontanare la morte. come quei grandi comici del bianco e nero dell’inizio del secolo scorso, era  riconoscibilissimo nei movimenti delle sue performances evocatrici di charles chaplin e buster keaton.

se capitava di vederlo di pomeriggio in controluce, in qualche buia galleria, oppure nelle umide stanze del suo studio a roccarainola assomigliava ad un soggetto seicentesco degno di una sublime pittura di velasquez; un mercurio baffuto e solitario nella sua officina.

camillo, fin dagli inizi degli anni ottanta era oppositivo ed anarchico, il suo poetare era fatto di frammenti, come lo era la sua idea di poesia.

lui raccoglieva cocci, brandelli, stracci dell’esistenza, ne realizzava composizioni per non scomparire.

le sue direzioni si orientavano verso kafka, sartre, camus e nietche. ma, a differenza di qualsiasi intellettuale e poeta del suo tempo, in lui affiorava la vertigine, l’interruzione di ogni definizione; un corto circuito che portava all’intermittenza; un’ “aritmia” che faceva riflettere sul vuoto e sulla sua materia.

di camillo ho, anche, un ricordo esagitato e dolce quando spesso mi veniva a far visita nel mio vecchio atelier a via montagnola a saviano; quando mi parlava dei suoi rapporti con emilio villa, jacques lebel ed edoardo sanguineti.

velocemente si alzava dalla sedia accartocciando quello che aveva in mano e mi diceva: “devo sfuggire le frequenze, per avvalorare me stesso”.

una possibilità che non è riuscito a vivere con l’improvvisa e degenerante malattia che lo assalì negli ultimi anni della sua vita.

camillo nell’ultimo tempo si dedicò alla pittura, aveva un amore sconfinato per essa fino ad arrivare all’osso della sua rappresentazione.

spesso si confrontava con salvatore emblema a terzigno che lo accoglieva sempre fraternamente.

la pittura lo affrancava da tutte le teorie, dagli idiomi della negazione, la affrontava come una “vestale”, rimettendo la propria gestualità al servizio del confine, quel “confine” che era rovescio significante e spirituale di un’arte ineffabile.