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era la sera di sant’ antonio abbate, a nola faceva un freddo cane, caruso volle accompagnarmi, battevamo i denti, l’accoglienza di vincenzo e dei “musicisti”  molto calorosa dette un bel tepore al nostro spirito.

eravamo all’inizio degli anni di piombo, una svolta che non ci eravamo aspettata,  mostrava  l’allontanarsi dei nostri sogni la cancellazione delle nostre speranze.

il sogno

avevamo lasciati gli anni splendenti. eravamo sicuri che il mondo sarebbe diventato migliore, che tutti si sarebbero sentiti veramente “liberi” senza differenze di nessun genere. l’idea che l’arte fosse e dovesse diventare possesso “attivo” di tutti, dico tutti e che poteva essere l’agente del cambiamento, ci spingeva a vivere un’attesa felice.

l’esempio antico che ogni tanto compariva nei documentari etnologici, tutta la tribù che suonava strumenti improvvisati e danzava, anche i bambini, cantando. le donne dei villaggi del sud africa che tutte insieme dipingevano splendidi labirinti colorati sulle loro capanne di fango, ci convinceva che dal tempo del “buon selvaggio” si conservasse ancora in ogni individuo   la capacità originale di fare arte. l’ondata di libertà creativa suscitata dai movimenti giovanili degli anni precedenti ci facevano certi che in un futuro prossimo quelle deleghe al potere di cui alcune élites, da millenni si erano appropriate (1), si sarebbero modificate o almeno diluite, sotto la spinta di una nuova e veemente richiesta della nuova libertà. queste considerazioni ci facevano convinti che l’uomo si sarebbe riappropriato di qualcuna delle migliori sue prerogative originali (2). come quella di fare arte.

fu così che iniziammo a sperimentare, questi concerti “per la totalità della musica”, che in effetti provocavano una specie di catarsi negli esecutori e dei suoni e ritmi di una certa qualità (3).


(1) l’uomo del mito parlava con gli dei fino a che non delegò qualcuno a farlo al posto suo e nacque la categoria dei sacerdoti, l’uomo primitivo difendeva il suo territorio fino a che non delegò altri a questo compito, cosi nasce la casta dei guerrieri, poi quella degli artigiani dei giudici e così via, oggi viviamo in una società estremamente frazionata in specializzazioni delegate, si veda: farmacisti, notai, avvocati, militari, polizia ecc. naturalmente queste caste per essere efficienti devono essere mantenute dalla società in cui vivono, sulla quale spesso esercitano poteri egoistici. 

(2) in effetti in quegli anni, relativamente all’arte qualcosa si era mosso, ad opera del grande mercato, sulla scia del dettato di duchamp, qualunque oggetto può diventare un’opera d’arte basta che lo decida una elite. con questo sistema le grandi gallerie mercantili hanno soppresso la figura dell’artifex, in quanto queste opere conclamate, può manifatturarle chiunque, come accade.

(3) ho assistito a diversi fenomeni spontanei durante l’occupazione di piazza municipio a napoli da parte dei “disoccupati organizzati, credo nel ‘78, che agivano scatoloni di latta, taniche e assi di legno, a tutt’oggi in piazza san lorenzo a firenze c’è una vera band che tutti i giorni verso la quindici, gestisce mastelli di plastica, coperchi ed altri strumenti occasionali.

enrico bugli

per vincenzo de simone che mi invitò e partecipò al concerto