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enrico bugli

per luca

prodromo

guardando una vecchia foto di luca e ricordando.

“intuii che la volontà di cambiamento di quell’uomo si sovrapponeva al substrato culturale di una città morta.

gli “artisti” che attualmente vantava erano uomini cresciuti nel fascismo prebellico (e già provinciali prima della guerra, ignoranti come somari da sempre) che galleggiavano su uno strato più giovane, che tentava, con la stupidità disarmante dell’arrivista di adeguarsi al panorama ritenuto vincente, seguendo la linea di quel neorealismo guttusiano che faceva capo alla “intellighenzia” del pc locale”(1).


fin da quando frequentavo il liceo, barisani e venditti che avevano lo studio nell'angolo del  giardino, ricevevano questo loro coetaneo, leggermente pingue ma agile, anche il suo naso affilato contribuiva a rendere un’idea di fluidità dinamica, l'occhio acuiva un senso di curiosità e intelligenza eruttiva, si intratteneva con tutti quando lo riteneva, non disdegnava di parlare con noi studenti, sia pure dall'alto di un suo sussiego professorale, che non lo abbandonò mai, anche quando contattò uomini illustri per sapienza e censo.

intuii subito che questo signore, per l'attenzione che gli dedicavano i sunnominati maestri e per l'aura di rivolta e l’innegabile carisma che promanava, per le sue parole gridate o sussurrate che fossero, per il disprezzo che manifestava contro il conformismo e luoghi comuni si avviava a salire su uno scalino più alto e diverso del pensare. non è da dimenticare che già allora le relazioni di luca non si fermavano alla bolgia napoletana, nel ’53 assieme a barisani aveva aiutato nello studio di via margutta alberto burri ad imballare i quadri  della sua prima mostra in america ed è dell’epoca la sua amicizia con emilio villa che già prima di allora era una personalità europea.

ora, ero studente all’accademia, avevo uno studio insieme a di ruggiero e del pezzo (che allora iniziava un rapporto più stretto con luca e biasi)(2), in un appartamento  al quinto o sesto piano, di un palazzo fatiscente di via correra (il cavone di piazza dante), tanto sinistrato che alle ultime rampe di scale mancavano praticamente di scalini, dovevamo arrampicarci sull'erta di una specie di cavalcone di legno. nonostante ciò, i giovani incuriosiscono allora come oggi, ricevevamo molte visite anche illustri(3).

luca, che vestiva abiti su misura e camicie di buccafusca (il fratello del futurista), non dimenticava mai di essere marxista, anche se la sua lealtà o meglio la sua fede erano mal ripagate dal partito, i dirigenti tentavano di ignorarlo o ne parlavano ammiccando come di un pazzettone da non prendere troppo sul serio, profittavano però della sua intelligenza e disponibilità ed anche della sua cultura, in ogni tipo di occasione. così come era bene in carne, a questo levantino dallo sguardo predace, piacevano le pietanze saporose e plebee a dispetto della gotta che attentava subdolamente alla sua efficienza.

quando anni dopo divenni redattore di ‘linea sud’ e castellano bontà sua mi faceva un po' da papà, spessissimo, privilegio raro, ero a colazione o a cena ospite a casa sua. aveva come me e martini un interesse per la “sceneggiata napoletana” cui attribuivamo i valori popolari del dramma greco (secondo aristotele). allora trottolino e maghizzano che aveva lavorato anche con renè claire, la facevano da padroni nel teatro vicino, affianco alla sua casa all’arenaccia e spesso con martini ci passavamo la serata.

il circolo che teneva a piazza trieste e trento davanti al giornalaio, era frequentatissimo e tra le 19 e le 20 circa, si riuniva un folto capannello di amici, simpatizzanti e polemisti. si trattava di “pittori” come i miei amici, giovani architetti e studenti, oltre ad una umanità curiosa intellettualmente interessata e attenta alle sue considerazioni senza peli sulla lingua e delicatezze per nessuno.

così plebeo e colto nel contempo, ironico e salace, non gli sfuggivano i tocchi di stile, indossava, era appena uscito, un bulova bellissimo, uguale uguale a quello di baj, come scoprimmo dopo, dal quadrante si vedeva tutto il marchingegno di uno dei primissimi ingranaggi elettronici. per carosello c'era la partenza di castellano, che tornava a casa da ciretta per la cena, e il gruppo così come s'era formato si scioglieva, noi continuavamo per via chiaia, via dei mille e sempre a piedi per il parco margherita  e il corso e da piazza mazzini ognuno  alla sua casa.

i cinquantottini, biasi, di bello, persico, tramite colucci si erano aggregati sotto l’ala di luca, fondando con esitazioni, esclusioni e aggregazioni, il gruppo 58 e soprattutto quella rivista “documento sud” che diretta da castellano passerà prepotentemente nella storia della cultura off. tutti i cinquantottini, biasi, di bello, persico e del pezzo erano usciti dalla scuola di notte, io studiavo nell’altra scuola, dove in odore di eresia godevo l'incomprensione del maestro, confortato però della stima di molti dei miei compagni. proprio alla fine dell'ultimo anno vinsi una borsa dell'accademia di san luca, questo mi aiutò a guardarmi intorno e ad allargare di molto le mie esperienze e la mia volontà di fare. avevo incontrato proprio "par hasard" biasi in una piazza di parigi, del pezzo subito dopo era andato ad occupare l'ex studio di max ernst e mi scriveva dei suoi successi, persico era l'unico che ancora viveva a napoli, fergola addirittura se n'era andato a new york e di bello che già era sposato, tra poco andrà a vivere a milano. castellano ormai ricoperto di glorie, benediceva da napoli, non potevo incontrarlo molto in quel periodo, nel ’61 grazie e de stefano, ero stato un suo studente al liceo, avevo avuto un incarico al liceo artistico di lecce e entusiasta guardavo tutto da lontano, anche se a lecce con pisani avemmo ventura d’incontrarci con carmelo bene ai primordi della carriera.

questi i trascorsi del mio rapporto con luca che negli anni immediatamente successivi si dovevano approfondire.

mentre la storia del gruppo '58 era da considerare conclusa, nel settembre del '62 si compì il mio ritorno a napoli(4), che segnò l'inizio di una evoluzione cui collaborarono "opera aperta" di eco, e soprattutto l'amicizia sodale di mario persico. insieme maturammo che l'opera doveva diventare qualcosa di diverso e forse credo che al momento ci riuscimmo.

premetto che attualmente ho poco interesse ai fatti relativi alle arti figurative, agli artisti e al mercato. spero comunque di potere esporre una sintesi dei miei ricordi in modo semplice e discorsivo.

mi intriga introdurre il germe di una possibile e futura analisi sui motivi economici, che a napoli come altrove, hanno indirizzato e gestiscono i valori dell’arte, e della quale certamente luca e le sue idee furono la prima vittima. queste note nascono dalla considerazione di quel momento critico e in parte criptico, che ha caratterizzato la cultura napoletana dalla fine degli anni ‘50 ai giorni nostri e sui ricordi generati dalla figura di luca castellano, che ha interpretato una parte primaria e contestata nella cultura di questa città.

queste riflessioni claudicanti e compendiarie, non possono ne vogliono essere una disamina critica sul fare  di luca. il suo spirito ribelle lo portava a superare ogni teorizzazione. era sempre pronto come lo fu, ad aggiustare la mira(5), anche magari contraddicendo qualche suo assunto, dire che talvolta fu contradditorio, non si può; tutto rientrava nella linea di una rivolta permanente a tutto ciò che fosse o fosse ritenuto convenzionalizzato e accettato. questi che riporto sono due stralci dal lungo editoriale che luca pubblicò sul numero 1 bis di linea sud: “un discorso come il nostro sarebbe superfluo se ci fosse ancora chi aspettasse di sapere che cosa abbiamo rappresentato, o ancora pretendiamo di rappresentare”…  “ non va comunque sottovalutato, come d’altronde abbiamo accennato, che è il momento per rivendicazioni più “popolari” e “rivoluzionarie” di quanto non sia una semplice revisione del rapporto operatore-fruitore mediato dal critico o dal mercante.” e ancora “ … “è anche necessario all’avanguardia il fare “d’ogni incontro con persone un’azione comune di secessione dal “rispetto tradizionale”

in luca c’era una istanza rivoluzionaria innata e sempre relativa al fare cui non era estranea la sua fede sinceramente marxista. nella sua ideologia rivoluzionaria come un soldato di napoleone, portava nello zaino un bastone da maresciallo e la possibilità amara del fallimento.

luca dal suo scantinato, scriveva di getto comunicati di lotta, gli interventi e  le invettive , nulla fermava la sua foga, quando riteneva che ciò che aveva in mente per l’articolo, il manifesto, il pamphlet, il volantino avesse quella valenza rivoluzionaria e anticonformista che lui pretendeva dal suo impegno. nel suo speco, accettava chiunque credesse di avere delle idee, spesso discuteva con noi di persone nuove, che lo avevano contattato o gli avessero sottoposto opere e tentativi, fu così che conoscemmo gli esperimenti segnici su pellicola super otto di felice piemontese. eravamo nel ’64 sarebbero veramente stravolgenti ancor oggi nella prospettiva della storia, se felice li avesse conservati.

pur frequentando giovani in odore di eresie, luca quando gli capitava incontrava anche  personaggi come guttuso, pur non apprezzandone la pittura, lodava certe doti personali e quella che riteneva una certa apertura alle avanguardie per il fatto che guttuso aveva testimoniato, senza defilarsi come altri, a favore di schifano nel famoso processo.

non mi spetta, ne posso, ma nemmeno ho voglia di fare un esame sistematico delle ideologie che luca ha maturato nel divenire, in coerenza con i suoi ideali che contemplavano anche le contraddizioni che in modo lucido e in parte occulto forse anche a se stesso perseguiva.

una accurata lettura ed analisi dei suoi molteplici scritti, pamphlet, manifesti e interventi, potrà, a uno studioso accorto e senza prevenzioni, dare misura e senso di quel pensare acuto e proteiforme per il quale e col quale viveva e ritengo che saranno fondamentali per una riscrittura estetica del divenire delle arti. queste note che riguardano un grande ideatore di comportamenti aestetici, più che essere semplici considerazioni, sperano, allora, di porsi come premessa alla futura comprensione dell’operare di tanti giovani (eroi loro malgrado?) che da napoli lanciano una sfida impari e a cui è negato, come allora, il diritto di esprimersi dall’egoismo di un mercato più grande e potente della loro stessa voglia di essere, oltre che dall’indifferenza, dall’ignoranza  e grossolana superficialità di quanti vicino a loro si trovarono a vivere la loro età.

nella personalità di luca erano presenti componenti che i detrattori definivano di leggera megalomania. questa considerazione, maligna, oltre che scivolargli addosso, non inficiava per nulla l’importanza del suo contributo intellettuale e della sua proiezione novatrice.

luca già nello studio di venditti, esponeva le sue idee in monologhi che lo facevano assomigliare a un diogene dell’estetica, ma mentre lo ascoltavo pensavo che l’antico filosofo a parte i venti secoli di cristianesimo cattolico di castellano, avrebbe gradito le sue idee radicali contro il conformismo di un mondo  corrotto(6) e degradato dalla politica, di un capitalismo  strisciante che si rifletteva anche nell’opera di tutti i saccenti papaveri che gracidavano nella melma del pantano circondati dai piccoli vermetti che confortavano la loro ignoranza scopiazzando(7). tutto questo mi affascinava e mi lasciava interdetto come la koiné, culturale di quelli più vecchi che a napoli, credevano di essere pittori informali perché spittazzavano storpiando incomprensibili nature morte.

gli incontri con luca erano mitologici, luca iniziava a parlare di qualunque argomento dell’estetica riferito con angolazioni sempre diverse, ai problemi della politica del fare. rimpiango di non avere avuto come registrare i suoi monologhi, così pieni di oggettiva verità, conditi da un fare plebeo e talvolta vernacolo cui non mancava una gestualità popolare e soprattutto una profonda articolata conoscenza di quanto stava accadendo nella cultura internazionale, diremo con nietzsche, che le sue parole erano da: “ da scolpire su tavole di bronzo, sicuro della loro immortalità.”

pressappoco nel ’61, una conferenza sull’arte che argan tenne al “centro”(8)  aveva già capovolta l’immagine che avevo del mondo e capii che castellano non era solo un utopico visionario. appena potei iniziai a frequentarlo nel suo “studio”, una specie di bugigattolo ipogeo di fronte alla chiesa ortodossa. quel piccolo locale era veramente un posto di ritrovo di tutti quanti a napoli pensavano a una cultura nuova, e di quelli, tanti e veramente i migliori, coi quali luca aveva stretto rapporti in italia, passavano uomini come emilio villa, eco, balestrini,  baj, diacono, dorfles, edoardo sanguineti, adriano spatola, il gruppo ’70,  e quanti altri che in quegli anni contarono qualcosa nella cultura. da queste persone luca riceveva molta corrispondenza, e purtroppo, che io sappia, nessuno ha ancora pensato, in questa città senza futuro, di raccoglierla e ordinarla in un archivio pubblico, che dovrebbe rappresentare una delle facce della realtà storica di quegli anni. martini salvò il suo archivio, dall’incuria napoletana, donandolo al museo di trento dove è stato studiato e catalogato con grande impegno da duccio dogheria.


per una lettura dei fatti fino agli anni ’70 a napoli

il mio professore dell’accademia era stato alla mostra di moore a roma (1958 – 59?) riunì tutta la scuola per spiegarci che moore non era poi tanto bravo quanto si diceva, perché le sue regine avevano delle braccine asfittiche e sproporzionate…. fu allora che brancaccio, che era un brav’uomo, ferito e fuori di sé per “l’irriverenza” di un mio intervento, mi invitò più che bruscamente a uscire dall’aula. vegetavano i vecchi transfughi del ventennio fascista che ancora riuscivano a gestirsi in grandi mostre come le biennali, (ciardo artista più che modesto ma di “chiara fama” dai bei tempi, negli anni ’50 fu commissario alla biennale) e dall’altro veleggiavano certi guttusiani, di cui oggi non si ricorda nemmeno il nome; il tutto si sovrapponeva a varie mafiette locali che gestivano premi e mostre minori (il libro di starnone ne accenna). luca pubblicamente ed eroicamente in disaccordo con la koinè locale ma anche con la linea propagandata dal suo partito, proposta in modo gretto e limitato, escogitò una strategia culturale che nei suoi sviluppi darà un’autonomia intellettuale, purtroppo solo temporanea a questa città, costituendo un fenomeno e un esperimento forse unico nel suo genere, nella “damnatio” delle antiche baronie e della convenzionalità estetica di qualunque colore e per la serie di ondate successive e organicamente partecipative di giovani emergenti alla ricerca di un’originale fondazione ideologica e di una politica del fare, che fosse il segno efficace di un rinnovamento epocale. lo slancio fu purtroppo relativamente temporaneo, gli assunti e le strategie culturali di luca, partendo da premesse marxiste, si muovevano su quella linea utopica alla quale tutti noi credevamo, cioè che le vie del rinnovamento dell’arte(9) si dovessero spingere in una prospettiva strettamente al di là di ogni mercimonio e aggancio servile al potere e che l’arte non doveva essere riservata solo alle élite, ma che in una prospettiva non solo politica, tutti proprio tutti ne avessero diritto. ricordo quanto michele buonuomo citava sul “il mattino” del 3 dicembre '83,” da un editoriale di “documento sud a firma di luca per un sud laico e patafisico”: “la nostra avanguardia e la loro …. non hanno nulla, assolutamente nulla in comune “... e ancora ….“ la nostra definita rivolta di provinciali, non vuole essere che la testimonianza di un lavoro, di documentazione che moltissimi vanno conducendo da noi nel sud, per trovare una luce anche per ess “. e andò proprio così, fintanto che i più dotati partirono per milano, o parigi, dove pure dovevano campare, e finché successivamente il grande mercato non scoprì che napoli poteva diventare una piazza economica da colonizzare, come tante altre del mondo. napoli non aveva un vero mercato, diciamo che esistevano delle forme artigianali e quasi casalinghe di compravendita, che non potevano essere appetibili alle grandi holding che da quasi un ventennio tessevano le loro tele, sulle piazze che contavano sfiorando appena milano. una borghesia incartapecorita, con sogni e pretese di cultura, di un livello che continuava a scendere sempre più in basso (basta leggere qualche articolo di paolo ricci, che rappresentava la punta dell’iceberg, per capire a che e dove si era arrivati, o dare uno sguardo alla “disoccupazione mentale - inchiesta sulla cultura a napoli”(10) per comprendere e apprezzare la profondità del pantano. anche più tardi, quando già, il grande mercato aveva diretto tentacoli verso la nostra città, la peraltro simpatica e distinta, proprietaria di una galleria, espose a napoli una decina di cardinali di bacon, che relativamente costavano poco, soprattutto per una signora come lei, ma non ne volle comprare nemmeno uno: avrebbe fatto il più grande affare della sua vita e della sua famiglia, eppure bacon è un pittore figurativo, figuriamoci! oggi la facile creazione di un "mito" significa soldi a palate per galleristi e critici, allora… vedete come stavano le cose.

va anche ricordato che contro la crisi intellettuale e la stagnazione era già stato gettato, nei primissimi anni ’50 un ponte dall’allora giovane professore mario colucci e nuove forze culturali molto impegnate, come guido biasi e mario persico, che in seguito avranno una seria corrispondenza con tutto il meglio di quella cultura europea, che si era affermata tra le due guerre. luca era restio a parlare dei suoi trascorsi, so che non si era laureato, ritengo che l’ansito di libertà e il suo spirito ribelle gli avessero fatto rinunciare ad un foglio di carta che riteneva inutile.

la ricerca di qualcosa di diverso e originale lo aveva avvicinato a quei pochi artisti come colucci convinti a modo loro che il mondo vuole solo gli originali. significa, che le imitazioni, i facsimile, i sembra quasi anche se non è, non hanno nessun valore. il limite delle operazioni provinciali, che imperversavano a napoli, erano “com’è bello questo dipinto che somiglia tanto a caio o a sempronio” cioè un’opera era ritenuta di una certa validità se poteva in qualche modo assomigliare o riferirsi ad un modello accettato, una follia dunque, queste convenzioni erano gestite da papaveri che in quanto a pensare, erano degli “allineati e coperti” come li definiva luca(11). eravamo conviti che tutto ciò dovesse presto sparire sotto la spinta luminosa dell’originalità dell’opera e che l’uniformazione il livellamento mentale ed estetico presente come già è accaduto altre volte nella storia, era destinato ad essere perdente, e a scomparire come nebbia malsana, che finalmente si sarebbe capito che sotto la coltre di fumo il re era nudo. in campania c’è una sola accademia di belle arti alla quale ancora oggi afferiscono studenti da tutta la regione, anche il gruppo ’58, la prima manifestazione della volontà di rinnovamento della città, coagulatosi e fortemente promossa da luca, era scaturito dall’accademia, maggiormente dalla scuola di emilio notte, i cui trascorsi futuristi giocavano un certo ruolo e gli facevano accettare in quella sede con molta tolleranza, semi di idee e di comportamenti non ortodossi si fa per dire. queste premesse erano rinforzate da quanto di nuovo lievitava nella facoltà di architettura. spinti da un ambiente più acculturato ma anche per alcuni versi dall’azione di luca, i giovani che cominciavano a laurearsi introducevano negli ambienti con pretese più elitarie, idee e forme nuove. su questo fervore di giovani architetti si inserisce con chiare idee, aggiustate sulle attese delle forti istanze che intanto lievitavano, lucio amelio, che apre una prima galleria al parco margherita, ove si susseguono mostre “anticonvenzionali”. in effetti, ”allineate e coperte”, che sposavano molto bene le aspettative e gli stimoli dei suoi futuri clienti. si susseguono le mostre di vasarely, di munari ecc. man mano allargate a un pubblico sempre più intrigato di artisti e di acquirenti. a questo punto le strade indicate da luca sono destinate a diventare utopiche e purtroppo velleitarie; esse vengono secondarizzate dall’azione di quel mercato globale dell’arte, che detiene capillarmente il monopolio sull’informazione che conta, insomma quel destino fallimentare che luca ha sempre nascosto orgogliosamente nelle pieghe delle sue idee inizia a realizzarsi. un mercato che secondo le leggi eterne, rifiuta, con tutti i mezzi, ogni concorrenza o anche affiancamenti d’idee e di prodotti locali, tanto peggio se ideologicamente allineati e/o che comunque che non distribuisce direttamente. questa operazione di dumping e di monopolio era allora come oggi, secondata fortemente da quanti cominciavano a fare buoni affari con la compravendita di opere confezionate e propagandate oltralpe. le cose nuove fanno molto rumore, queste imprese erano avvantaggiate dalla forte volontà di rinnovamento che lievitava negli strati acculturati della città, conseguendo un forte appoggio dei mass media locali e anche, facendo debite eccezioni e distinguo, da critici di qualità che intanto si erano autorevolmente formati tra roma e milano, comunque lontano dalla nostra regione.

il p.c.i, che all’epoca poteva avere i mezzi intellettuali per portare chiarezza in una situazione che si rilevava in un certo senso reazionaria e sicuramente antimarxista, non solo restò immobile, ma in parte secondò le azioni di galleristi agguerriti, comunisti o simpatizzanti di vecchia data.

come un riflusso di marea, intorno a luca si coagula un coacervo d’idee, genialità, volontà di essere, di giovani personalità talvolta eterogenee, ma tutte animate da una spinta vitalistica di sopravvivenza e affermazione. nella personalità di luca vivono componenti apparentemente contradditorie che non inficiano l’importanza del suo contributo di idee e della sua proiezione ideale, anche se nel divenire talvolta le creazioni sue e dei suoi seguaci non saranno state all’altezza dell’elaborazione teorica, saranno sempre originate da una ferma volontà innovatrice. alcuni tentavano a napoli, ideologie a parte, di legarsi a un certo mercato, altri continuano un’azione anarchica talvolta di straordinaria attualità e valore, destinata crudelmente a restare locale e criptica.

insisto nel parificare il mercato dell’arte a qualunque altro, le premesse sono uguali, impedire a qualunque tipo di diversità culturale di comunicare, screditare la concorrenza, impedirne l’esibizione nei luoghi deputati, vendere qualunque cosa dalla quale ricavare il massimo profitto, invadere massicciamente ogni angolo ove sarà possibile vendere. il mercato globale si esercita su tutte le merci e i prodotti che sono tutti trattati allo stesso modo, siano dello sport, dell’industria o dell’agricoltura, anche l’arte, quella che si vende, subisce lo stesso iter. qualcuno tenta addirittura di gestire una piccola scuderia, ma i risultati vengono tutt’al più tollerati, o usati come merce di scambio e comunque restano ininfluenti e secondarizzati.

nascono anche le fondazioni culturali, un sistema senza scopo di un lucro, magari poco tassato, che certamente favorirà la diffusione delle idee e dell’arte “contemporanea”, anche di chi vuole acculturarsi in incognito al netto di iva e magari farsi una bella collezione, riciclando in nero.

ritornando a luca, va detto che senza farlo valere in nessun modo, era uomo di profonde conoscenze e sofferta cultura. riflettendo sulle sue opere, all’epoca ci appariva preminente l’azione teorica e sostenuta da un indubbio carisma, è necessario dopo tanti anni evidenziare che le sue opere erano eccezionalmente provocatorie e che non somigliavano a nient’altro di già fatto, a pensarci solo apparentemente ingenue, nascondevano una serie di valori e significati altri, che oggi una attenta rilettura critica, opere a fronte, potrebbe evidenziare a merito dell’impegno di luca e delle sua coscienza creativa.

sollecitata da lui, che allora per buona grazia del prof. de luca, teneva una specie di seminario presso sua cattedra, ci fu una conferenza di eugenio battisti il  direttore del marcatré, alla facoltà di architettura. mi recai con un certo anticipo a palazzo gravina, in quanto desideravo salutare battisti e scambiare qualche idea, lo incontrai sotto il portone con castellano. insieme salimmo al deambulatorio del primo piano, dove incontrammo il barone(12) compagna che circondato da un nugolo di studenti e ammiratori passeggiava. battisti era un uomo di grande garbo e non si sarebbe mai aspettato, che dopo le presentazioni di rito, tra luca e compagna si accendesse una disputa di tipo medievale, cioè a colpi di “autorità” con citazioni mitragliate da testi di economia politica e di estetica, sempre più accesa, che durò alcuni minuti in un capannello che sempre più fittamente si addensava intorno ai due. alla fine castellano gli lanciò addosso come una granata una citazione da un americano che nominò, fu evidente che il barone compagna non lo conosceva, fatto che lo lasciò molto confuso e in un primo tempo ammutolito, riuscì infine a balbettare qualcosa su salvemini, ma era distrutto, fu l’intervento di battisti che compose lo scontro dichiarando con cortesia squisita, che avrebbe assistito alla ormai prossima lezione di compagna, come fece.

castellano lavorava molto nell’allestimento urbano e aveva molti clienti, di quell’epoca sono diecine forse centinaia, i progetti di negozi e bar e locali che eseguì. purtroppo le cose costruite per l’effimero non restano nella memoria come in certi casi dovrebbero, visto che i suoi allestimenti hanno caratterizzato un’epoca della città. una ricerca di fotografie e progetti, e una loro collocazione, sarebbe oggi indispensabile a definire e un dato della nostra storia e una personalità poliedrica ed eccezionale come la sua.

non si pensi che luca avesse o perseguisse altri interessi, personali e occulti, che non fossero quelli dei suoi ideali morali.  con “linea sud “al quarto numero fummo invitati dalla coppia armando carola – bacarelli a firmare una specie di collaborazione con la loro galleria, loro avrebbero sostenute tutte le spese, rivista, cataloghi, mostre, un rimborso per luca e quant’altro, in cambio della organizzazione di mostre ed eventi di cui già avevamo dato bella prova nella galleria della libreria di mario e geppino guida a portalba(13).naturalmente per me, persico, martini, matarese, salvatore paladino e gli altri, rappresentava la fine degli stenti e dei debiti che contraevamo di volta in volta con tipografi e clichettista e delle collette che dovevamo fare tra noi per spedire opere e materiali. anche se in corde”, ognuno per conto suo, eravamo pieni di non manifestate perplessità . accompagnammo tutti castellano, ma fuori la porta de ‘il centro’ che allora stava in una traversa, ci fermammo invitando castellano che doveva firmare il contratto, ad accedere da solo per ovvi motivi.

aspettammo solo una decina di minuti, finalmente luca venne fuori luminoso in viso, ancora con la sua vistosa stilografica(14) tra le mani . ci guardò e disse su per giù “stavo quasi per firmare, avevo aperta la penna, ma ho avuto un momento di lucidità, li ho guardati bene in faccia e ho detto (in napoletano) “ma vuie site sule scieme!”(15) mi sono alzato ed ho imboccata la porta lasciandoli di stucco inutile dire che queste parole cosi come dette suscitarono un nostro sentito applauso, là su quel marciapiedi sul quale eravamo per fortuna solo noi.

qui non vi parlerò delle vittorie e dei successi di luca, furono tanti e in piccola parte furono anche i miei, non posso perché tutta la sua vita e in questo mi trovo complice, fu una sottile e segreta teorizzazione del dell’insuccesso come rivincita morale dell’arte e soprattutto dell’artista, una  rivincita sul conformismo e sul potere che avvelenava allora come ancor più oggi le cose dell’arte.

questo era luca. con l’ultimo numero di “linea sud” che vide la partecipazione di luciano caruso, uno dei più giovani e brillanti acquisti di luca, i nostri rapporti si erano diluiti, non perché ci fossero stati dissapori o altro, io consideravo conclusa quella esperienza e luca dal canto suo continuava la sua azione maieutica, accogliendo giovani e giovanissimi e soprattutto idee. in un’aura di rinnovamento ideologico in divenire continuarono a nascere gruppi e artisti talvolta eccezionali, basti ricordare achille bonito oliva e lo stesso mimmo paladino, che d’altronde avevamo pubblicato diciassettenne su linea sud. in un’aura di febbrile e straordinario rinnovamento dal suo antro nascevano e si generavano riviste, manifesti, mostre, gruppi operativi e quant’altro poteva in qualche modo scuotere e innovare.

d’altronde non bisogna pensare che luca fosse un genius loci, nelle scorribande che si facevano al nord, specie a milano con martini e persico e poi con caruso da bravi provinciali impiegavamo parte del nostro tempo a far visita ad amici e corrispondenti, la primissima domanda che ci rivolgevano, personaggi come eco, dorfles , carrega, la palazzoli e financo lea vergine, che da esiliata aveva qualche nostalgia, era: “ cosa sta facendo castellano?”.


“il sistema critico-mercantile che regge il nostro mondo culturale, si trova oggi in una fase assai delicata e vulnerabile: esso minaccia di crollare per l’interna consunzione dei propri metodi e mezzi pseudocritici, ormai logori e inflazionati, incapaci quindi di reggere all’ondata di ‘situazioni’ culturali nuove, che si avanzano a livello di categoria (e anche di classe), non più di ‘tendenze’. si va sempre più chiaramente determinando il prezzo che critica e mercanti pagheranno, dopo aver a lungo rifiutato quella che è, la realtà, un’avanzata, non solo quantitativa, dell’arte e della cultura e che essi al più consideravano una crisi di sovrapproduzione”. luca da linea sud 1966

il potere culturale purtroppo in questi cinquanta anni ha applicato l’assunto di marco aurelio: ”fare della propria debolezza la propria forza”. con quella che luca riteneva la maglia debole del sistema, sono riusciti a riempire musei gallerie e collezioni con opere originali solo per le premesse (o promesse critiche) ma in effetti vuote di un vero valore creativo. a questo, oggi corrisponde la generale diluizione dei valori e della qualità a favore della produzione di massicce quantità semi-industriali di opere, con cui il mercato deve sopperire alla richiesta ormai vorticosa e incosciente di una clientela soffocata dalla globalizzazione del mercato e da se stessa. percorrendo una sala di un museo questa è la sensazione che ricevetti: “attraversavo, percorrendo sale e corridoi, una teoria di opere tutte belle a modo loro, che mi apparivano come degli inutili premiti dopo duchamp (un altro di quelli che non ha più dipinto), tenendo conto, che anche di questo maestro e di tutto quello che pensava, il "mercato" ha fatto un bel boccone"(16).


noi, paragrafando il principe di lampedusa, speriamo di incontrare i leoni, magari un caravaggio, invece siamo circondati solo da sciacalli e iene e ne siamo talmente frastornati che non ci accorgiamo più delle follie che accettiamo. dopo tanti anni quasi sessanta, il dettato di castellano va seriamente riletto e rivisitato: “va considerato, e forse ciò dovrebbe gratificarci, che la nostra generazione, anche soltanto da napoli, ha vissuto in assoluto il più grande stravolgimento della storia dell'uomo, ha visto: l'era atomica, la luna da vicino, il televisore, il telefonino, il computer, l'inquinamento totale, il riscaldamento del clima, la caduta del comunismo, il mercato globale il fallimento del capitalismo, le guerre più inutili e più crudeli della storia e tante altre cose ancora, (come lo stravolgimento climatico, aggiungo)”. concludevo questa frase con “penso che qualunque considerazione etica o estetica sia inutile “(17). resta da considerare che la vittoria della verità non può essere conclusa dall’utilità o almeno di un assunto, luca era stato un buon profeta, non ci sono cose più importanti della chiarezza delle idee. in seguito compresi che la vita di un uomo è stata “grande” non perché i posteri gli abbiano dedicato strade e monumenti e nemmeno trattati, un uomo è grande perché ha rispettato i suoi ideali, perché ha lasciato un solco nel corpo del mondo che ha vissuto e questo è stato luigi castellano. ero fuori napoli quando mi pervenne la notizia della sua morte, a suo modo drammatica, eroica e(18) discreta, era troppo tardi, ne potei soltanto provare il dolore acerbo che si rinnova anche oggi che ne parlo.




1 questo corsivo  cita una lettera che scrissi qualche anno addietro ad un allora giovane critico.

2 di questo lacerto autobiografico mi scuso, comunque trasversalmente  fa parte della storia, lucio per me  fu il tramite col quale approfondii conoscenze culturali e operative, le letture che mi consigliò ed i libri che financo mi regalò mi aiutarono ad uscire dal pantano, infine il suo contatto mi avvicinò alle persone e alle idee in gestazione di luca e del gruppo ’58.

3 a parte che buona parte dei grossi papaveri della critica italiana si erano, anche con molte difficoltà fisiche e affanno, arrampicati fin là su (tipo arcangeli).  questo “studio” ebbe anche il merito, se si può dire, di avere battezzato uno dei primi interventi professionali di lea vergine, una donna intelligente ed ironica, coraggiosa eroicamente femminista ante litteram (ma questa è un'altra storia), che autoesiliatasi a milano diventerà una delle poche voci chiare ed oneste della critica internazionale.

4 nota autobiografica –  anche questo aiuto che diventerà funzionale e importante per i miei futuri rapporti con luca mi venne da de stefano, che generosamente mi cedette alcune ore della sua cattedra. nonostante la differenza di età e soprattutto di ideologia, ebbe per me, dico a suo merito, anche in avvenimenti futuri dei tratti equanimi di stima.

5 in effetti la coerenza integrale può essere sintomo di stupidità

6 si riferiva alle arti principalmente, che comunque riteneva implicate grossolanamente  nel gioco del capitale

7 ovviamente erano riferimenti alla situazione generale dell’arte

oggi basta visitare in un museo le opere di quel periodo per rendersi conto che aveva mille volte ragione.

8 una galleria proprietà di carola e bacarelli a via dei mille

9 e della quale ancor oggi sia pur così lontano da queste cose sono certo.

10 longo editore ravenna, alla cui redazione ebbi sorte di partecipare

11 tratto dalla mia recensione ad atlante dell’arte contemporanea a napoli e in campania 1966-2016 a cura di vincenzo trione electa, milano, 2016, pp.1088  - su sdefinizioni n° 0,4- 2016  e in  “l’officina di efesto” anno 2018 ed. esi.

12  lo era in tutti i sensi, lo era per nascita e di fatto era un prestigioso cattedratico.

13 avevamo organizzato mostre importanti e conferenze e dibattiti cui aveva partecipato il fior fiore dell’intellighenzia italiana , da eco a sanguineti, da colombo a moravia ecc.

14 si trattava di una sheaffer di squisito disegno che luca esibiva come un simbolo

15 veramente l’allocuzione fu un po’ più pesante

16 recensione ad atlante, cit.

17 nota 15

18 mi raccontarono poi, che luca in ospedale capì che la battaglia condotta dall’accanimento terapeutico gli avrebbe dato solo la speranza di una sopravvivenza precaria, strappò dal suo corpo aghi e tubicini lasciandosi morire. una battaglia per l’eutanasia vittoriosa e segreta, in piena coerenza con i suoi ideali e per un teorico anticonformista come lui non poteva essere altrimenti.

luigi castellano, courtesy archivio franco cipriano