progettoprogetto.html
noinoi.html
numerinumeri.html
segnalazionisegnalazioni.html
dilatazionidilatazioni.html
glossarioglossario.html
rilevazionirilevazioni.html
note bioautori.html
ideeidee.html
traduzionitraduzioni.html
sdef pssdef_ps.html
narrazioninarrazioni.html
showsshows.html
scheggeschegge.html
one photoone_photo.html
contatti/linkscontatti.html
galleriagalleria.html
 

luce lacquaniti

i muri di tunisi

roma, exorma, 2015, pp.192

isbn 9788898848164


di davide rossi

i muri di tunisi sono ruvidi, di quelli che a strisciarci le mani ti sporchi di vernice, da cui spunta sempre un chiodo a graffiarti la coscienza o dove un graffito innocuo ti sorprende col suo sarcasmo irriverente appena svolti l’angolo. i muri di tunisi che si toccano in questo libro non sono mere immagini che filano via scorrendo il dito come si fa nell’ipnosi ebete di uno schermo piatto. sono fotografie di rivolta che invitano a riflettere, a capire, che fanno tornare indietro e sfogliare le pagine in senso inverso proprio come si fa coi libri scritti in arabo

i muri di tunisi parlano molte lingue, il francese, l’inglese, l’italiano, a volte persino l’arabo si esprime in caratteri latini. ed è proprio l’arabo uno dei protagonisti del libro e non potrebbe essere altrimenti: ogni rivoluzione porta con sé un nuovo uso della lingua, esige che si svincoli dal fardello della storia, dell’erudizione, della confessione (si pensi al legame apparentemente indissolubile tra lingua araba e corano) e si adegui alle nuove rivendicazioni e pulsioni sociali. anche con la violenza. anche con la poesia.

nella prefazione del libro l’autrice ci dice che «un nuovo clima di libertà di parola è nato nelle rivolte», e forse è davvero la conquista più importante di questo grande respiro che ha gonfiato i polmoni ingolfati dai lacrimogeni dei giovani di tunisi, maidan el tahir, damasco. in mezzo alla nebbia dei gas, tanti - e non solo in tunisia – si guardavano sbalorditi, come se qualcosa di miracoloso stesse nascendo: si poteva finalmente parlare di politica! climate change.

se le fotografie e gli slogan sono il cuore pulsante del libro, l’autrice non lascia mai che tale battito si disperda in un eco puramente estetico, ma questi diventano testo e pretesto per un’analisi politica, sociale, culturale, persino semantica della rivolta tunisina. i giochi di parole, le allusioni, le metafore ci vengono tradotti nella loro vitalità espressiva e contestuale. ci fanno capire, per dirla col genet dei fedayin, quel tripudio del sangue nelle vene rivolto contro il potere, le disuguaglianze sociali, la corruzione dilagante, che chiama per nome i responsabili puntando il dito anche al di là dei confini nazionali, verso il nord del mediterraneo, verso il medioriente.

movimenti come podemos e occupy wall street, hanno ben presto cominciato a dialogare con i giovani tunisini, e nel 2013 anche il social forum mondiale è sbarcato nella capitale. qui verrà straordinariamente replicato quest’anno proprio per fare tesoro dell’esperienza e dei cambiamenti in atto. ma la miccia accesa a tunisi ha incendiato soprattutto le rivolte nel mondo arabo dal cairo a damasco, giungendo fino alla periferia, in bahrein, in yemen. «il fiammifero è in mano mia e le vostre piccole nazioni sono di carta» scriveva il poeta siriano qabbani. ricordiamo che la rivolta tunisina è cominciata col suicidio di mohamad buazizi, un giovane commerciante che appiccò il fuoco sul proprio corpo per protesta.

non lo dimenticano i graffiti e non lo dimentica il libro che segue una cronologia che va dal 2010 al 2014, sfogliando le facciate dei muri nel loro divenire artistico e presa di coscienza: ci sono svelati alcuni segreti dei segni, stencil o tags che testimoniano  esperienze collettive di lotta, rivendicazioni di genere e di classe, dalle forme più anarchiche a quelle più moderate o spontanee.

se i muri non mancano di riferimenti filosofici, deleuze, foucault, edward said, la poesia sembra in qualche modo prevalere. tra le tante facce e slogan della rivoluzione, i versi e i visi dei poeti sbocciano in modo quasi naturale, come se i muri fossero fatti di limo fertile, non di cemento. visi che infatti sembrano essere li da sempre, con lo sguardo di chi sapeva. tra questi il più amato sembra essere mahmoud darwish, che non solo rappresenta la lotta palestinese (sempre punto di riferimento simbolico delle rivolte) ma anche una lotta “intima” contro il potere. l’uomo darwish ha sofferto l’esilio, le guerre, la violenza dei confini e gli oltraggi alla dignità passando per tanti paesi arabi, non sempre come ospite gradito; il poeta ha saputo riscattarsi con la lingua, liberarla attraverso una vita di ricerca letteraria e impegno politico: «mentre ti liberi con una metafora, pensa agli altri, a coloro che non hanno il diritto di parola». ce lo dicono anche i muri di tunisi.

numero 0,3
indexnumero_03.html