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rachele ferrario

regina di quadri.vita e passsioni di palma bucarelli

mondadori,milano 2010, pp.334

isbn 8804595493


di anita pepe

numero 0,1
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palma del martirio, palma della vittoria. scorre tra questi due estremi la biografia di palma bucarelli. avvincente come il libro di rachele ferrario, che non ha poi avuto così bisogno di “romanzare” la vicenda di una personalità originale e complessa, che ha attraversato da protagonista mezzo secolo di storia (dell’arte) italiana, dagli anni trenta ai settanta. 

follemente adorata, ferocemente odiata. rigorosa e caparbia, ma anche frivola e capricciosa. 

che palma non sia donna dai mezzi toni lo si capisce fin dal suo apparire: occhi di ghiaccio, portamento regale. sportiva, emancipata. amante dei begli abiti, dei gioielli e dei motori. dopo gli studi con adolfo venturi e la laurea con toesca, la bella figlia del viceprefetto capitolino inizia la sua irresistibile ascesa. subito accompagnata dal brusio delle malelingue, cui fornirà materiale per tutta la vita senza curarsene più di tanto. anzi. si vocifera, ad esempio, che la giovane – che nessuna brava madre inviterebbe per un tè con le figlie - sia addirittura l’amante di bottai. lei lascia dire. perché il suo obiettivo è uno. chiaro. e, machiavellicamente, bucarelli di tanto in tanto dovrà tirar fuori il proprio fascino per risolvere alcuni intoppi occorsi sulla strada della sua orgogliosa affermazione professionale. come quando, dopo un grigio periodo “sabbatico” a napoli, ottiene di poter rientrare a roma grazie alle intercessioni di paolo monelli, prestigiosa firma del corsera che palma, dopo un periodo di “comproprietà” con la legittima moglie, potrà sposare solo nel 1963. avendo, nel frattempo, intrecciato una relazione – appassionata e disperata - con un vecchio compagno di studi, giulio carlo argan. 

ma non è alle amicizie e agli amori importanti o alle protezioni influenti che la “creatrice” della galleria nazionale d’arte moderna deve il proprio successo, quanto piuttosto a quel misto di ambizione, dedizione, stacanovismo e abilità sociali non avulso da spregiudicatezza. intesa non solo come provocazione, ma come capacità di fiutare o anticipare le tendenze. non era una talent scout, bucarelli, ma sapeva riconoscere cosa avrebbe funzionato e cosa no. anche se non lo condivideva, anche se, per motivi ideologici o generazionali, appariva troppo distante. 

ha poco più di trent’anni quando subentra a roberto papini alla testa della gnam, ma “senza passaggi di consegne ufficiali, […] non […] documentati tra le carte d’archivio della galleria. qualcuno potrebbe dire che la sua nomina ancora oggi è un mistero: palma bucarelli sarebbe stata per trentacinque anni la direttrice del più importante museo del novecento italiano senza averne ufficialmente il titolo”. comunque, investitura protocollata o no, la direttrice consacrerà al museo la propria esistenza, in una sorta di matrimonio morganatico che non ammetterà la formazione di una famiglia canonica, vissuta come un intralcio alla carriera. l’unica “famiglia” che creerà, anche a prezzo di crolli psicofisici, sarà quella delle collezioni, ampliate con acquisizioni che palma “cacciava” affannosamente, sotto forma di acquisti o, meglio ancora, di donazioni.

in tempi tumultuosi e tragici come quelli della guerra e del fascismo, bucarelli terrà il timone a valle giulia con diplomazia e prudenza, ma senza piegarsi o cedere a compromessi. atteggiamento mantenuto a conflitto finito, quando le pressioni giungeranno da più parti politiche. mentre lei miete consensi all’estero e seguita a lavorare a testa bassa – sua la prima mostra di picasso in italia, anche se le tocca ingoiare lo “schiaffo” del genio assente all’inaugurazione - , si susseguono veementi attacchi dei nemici “storici” – quali de chirico, guttuso, trombadori e zeri – e interrogazioni parlamentari che chiedono la sua testa. pietre dello scandalo le esposizioni di burri e di manzoni, capo d’imputazione lo sperpero di danaro pubblico. al sacro furore dell’emiciclo ella replica, tranchant: “un’interrogazione rivela un’ignoranza sconfinata, un provincialismo sconfinato in tutto il mondo ufficiale italiano. è uno sfoggio di scurrilità, un avvilimento del parlamento. ma come hanno voglia certi parlamentari di fare dello spirito, con i tempi che corrono?”.

e non è l’unica frase che potrebbe essere stata scritta ieri. perché, al di là della testimonianza storica, il volume della ferrario lascia trasparire l’inveterarsi di alcuni meccanismi. l’esclusività delle leve di comando, nelle mani di quei pochi che – come un tempo palma – col pollice recto o verso possono decretare la fortuna di un artista. le meschinità, le invidie, le gelosie, le chiacchiere (in cui si staglia, per contrasto, la pudica figura di morandi) di un ambiente elitario, con cattedre, musei e soprintendenze in mano a monarchi e zarine restii a cedere l’egemonia e non sempre equilibrati. 

quella che, invece, non trova assolutamente paragoni con l’attualità è una delle parti più commoventi del libro, dove si racconta del salvataggio delle opere d’arte mentre infuriano le armi. palma è in prima linea: il patrimonio della gnam viene ricoverato nel palazzo farnese di caprarola, salvo essere riportato a castel sant’angelo alla recrudescenza del conflitto. e ci si sorprende leggendo di questa donna, altera e crudele verso la schiera dei suoi corteggiatori, che avvolge con tenerezza i fragili medardo rosso in strati di bambagia e carta velina perché non soffrano il trasporto; che si sottopone a viaggi rischiosi e febbrili per controllare le sue creature. impresa eroica, e non isolata. con quello di bucarelli, si incrociano i nomi di pasquale rotondi, lo “schindler del bello” che, quando si accorse delle razzie naziste, murò i capolavori a lui affidati nella rocca di sassocorvaro, confondendo le etichette sulle casse; fernanda wittgens, rocciosa numero uno di brera e antifascista militante; noemi gabrielli, che pose al riparo i tesori di genova; bruno molajoli, tutore di secoli d’arte napoletana. persone che misero a repentaglio la propria vita non per obbligo “burocratico”, ma per dovere civile. conservare, in un paese distrutto, la propria identità. salvare l’arte era salvare l’italia. la sua dignità. il suo futuro. una lezione oggi dimenticata da tanti. quelli per cui i “quattro sassi di pompei” sono una spesa superflua. o quelli che sperano, al più presto, di poter ballare sulle macerie.