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terzo contributo

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osservatorioinopera (piero almeoni, paola sabatti bassini)


per colpa di...


all'interno del nostro percorso di lavoro, che cerca disperatamente di ritrovare un senso del fare arte e dell'essere artista in una condizione etica di esistenza quotidiana, noi siamo convinti che la cultura viva e produca a lato dei canali ufficiali, appiattiti su modelli di consumo immediato poco propositivi e ormai anche poco credibili. nell'evidente stagnazione di idee e di soluzioni, in cui l'artista assenziente viene volutamente isolato dal tessuto culturale più vasto (divide et impera), anche quando si parla di arte come fatto pubblico, noi abbiamo riscontrato enclave di lavoro che, tra mille difficoltà,  producono  cultura  che si merita a tutti gli effetti l'appellativo di “arte pubblica”, anche se a volte silenziosa e poco riconosciuta. al di là di generiche speculazioni di pensiero che restano però solo sul piano teorico, queste sono realtà operanti che propongono situazioni concrete  incarnate nel territorio, a salvaguardia di una ricchezza culturale e storica che altrimenti andrebbe dispersa. questo  progetto di interviste vuole sottolineare l'attività di archivi, fondazioni, associazioni, spazi no profit qualificati su un particolare progetto, partendo dalla nostra città, che è brescia.


l'itinerario inizia con alcune interessanti realtà della città di brescia, la prima è la fondazione berardelli che si occupa di archiviare e di dare un corpus alla corrente artistica di poesia visiva partendo dagli anni sessanta. 


la seconda è l'archivio cavellini, iniziato a partire dagli anni '40 da guglielmo achille cavellini e proseguito ed ampliato dal figlio piero. oltre a ragionare intorno all'idea di conservazione apre una questione interessante sulla funzione stessa dello spazio d'arte inteso come progetto.


la terza è la fondazione pinac, con sede a rezzato (bs), museo dinamico internazionale che raccoglie, cataloga e studia l'espressività creativa dei bambini dei diversi paesi del mondo, ciascuno nelle proprie diversità artistico-culturali, un intreccio tra educazione, cultura e arte.



osservatorioinopera, intervista  elena pasetti direttrice della fondazione pinac - pinacoteca internazionale dell'età evolutiva aldo cibaldi di rezzato.


osservatorioinopera  - la fondazione come nasce e con quale scopo?


elena pasetti -  la fondazione nasce all'inizio 2010 per volere del comune di rezzato. pinac, pinacoteca internazionale dell'età evolutiva aldo cibaldi era fino a quel momento un servizio del comune di rezzato che rimane proprietario della raccolta museale riconosciuta dalla regione lombardia. l’amministrazione si è trovata in quel periodo a un bivio di tipo finanziario e ha deciso  - socio unico fondatore -  di far nascere fondazione pinac: da una parte per renderla autonoma dal punto di vista gestionale finanziario e dall'altra, credo, per diminuire progressivamente l'impegno dei costi dell’amministrazione, falcidiata dai tagli lineari delle ultime finanziarie. 


oino -  allora facciamo un passo indietro, spiegaci che cos'è la pinac.


ep -  pinac  - pinacoteca internazionale dell'età evolutiva aldo cibaldi ha un nome e un cognome nella sua denominazione. aldo cibaldi è stato il suo fondatore. nella seconda metà degli anni '50 e soprattutto verso i primi anni '60,  l'allora direttore didattico cibaldi, dirigente del circolo di rezzato, animato da una grande passione per la poesia -  era un poeta dialettale e non solo - e da altrettanta passione per l' arte,  da uomo di scuola qual è, mette a punto un progetto specialissimo. e’ certo infatti che l’ espressività infantile possa essere educata, potenziata e  possa essere possa sostenuta grazie  ad un processo formativo degli insegnanti. immagina anche  che le produzioni pittoriche e grafiche  di piccoli e ragazzi possano essere raccolte e studiate per formare un archivio dinamico capace di raccontare nel tempo cosa  l’infanzia sa raccontare,  attraverso il segno, il disegno, il colore. 

il progetto prende forma ufficiale nel 1969 come mostra internazionale permanente dell’espressività infantile - con una spiccata attenzione a quel che oggi definiremmo confronto interculturale -  proponendosi come una grande esposizione. progettano l’allestimento all’interno della scuola tito speri di rezzato,  due grandi nomi dell’architettura di quegli anni, i bresciani fasser e borsoni. la mostra ha carattere permanente con una dotazione di  circa  350 disegni provenienti da alcuni paesi europei e un sorprendente fondo giapponese, i cui lavori provengono dalle scuole di tokio, osaka, e da altre città nipponiche.

le relazioni internazionali e gli scambi con le scuole, oltre i confini nazionali, sono garantite dal ministero degli affari esteri, dagli istituti di cultura italiana all’estero e dal ministero della pubblica istruzione. cibaldi si dimostra un capace organizzatore oltre che un formatore di spiccata intuizione pedagogica, coltiva  il suo progetto, aggrega un gruppo di insegnanti che sperimentano nelle loro classi , organizza convegni, pubblica studi. il progetto vive e diventa la sua creatura che fa crescere dentro le mura della sua scuola interessata agli scambi con altre scuole. 

all’inizio degli anni '70 il patrimonio comincia a crescere e il fondatore - sa come funzionano ‘le cose ministeriali’ -  comincia a pensare che se  i materiali raccolti restano della scuola avranno una fine effimera e non saranno tutelati nel tempo. fa dunque fa la mossa giusta, la più avveduta a mio modo di vedere,  e regala al comune di rezzato  tutti i materiali fino ad allora raccolti, oltre 400 opere. la donazione vincola sostanzialmente l’amministrazione  comunale a prendersi in carico il ‘dono’ e ad accudirlo. il comune accetta la donazione, la prende in carico nel '74  con una determina ufficiale ne diviene proprietario, tutore e promotore. 

le opere raccolte avranno vicende diverse e sedi provvisorie per oltre 25 anni. aldo cibaldi, che muore nel 1994, messa in sicurezza la proprietà nelle mani dell’ente pubblico, gestisce il patrimonio delle immagini e la formazione degli insegnanti, per questo quarto di secolo, in maniera molto personale e fortemente autoreferenziale, sicuramente attento all’approfondimento sull’espressività infantile, ai percorsi formativi e di ricerca.

la sede in cui è ora pinac, la chiesa sconsacrata di sant'alessandro in via disciplina 60,  viene inaugurata solo nel 1999 quando la biblioteca civica, che aveva qui la sua sede, trova casa in un nuovo edificio di via leonardo da vinci. e’ la prima volta, dalla sua costituzione, che la raccolta trova una sua sede fuori da edifici scolastici che come è noto non sono strutture facilmente visitabili.  pinac  ha dunque finalmente una casa tutta per sé, può spalancare le sue porte e diventare effettivo bene della collettività che la ospita. 

e' un impegno che attualmente stiamo ancora sostenendo e non possiamo certo dire che tutti i cittadini di rezzato  e i bresciani in generale siano consapevoli di tale  ricchezza del loro territorio, ma questa è proprio la sfida per far diventare e coltivare il bene culturale pinac come patrimonio di tutti.


oino - quale valore viene attribuito all'attività dell'infanzia?


ep-  risponderò con molta semplicità: nessuno. vi chiederete perché sono così tranchant? 

forse perché  il termine ‘attività espressive  dell’infanzia’  è estremamente vago nel nostro tempo. cerco di spiegarmi.

le attività dei bambini interessano e sono riconoscibili  prima di tutto quando riguardano la loro potenzialità di consumatori attivi o passivi. da un altro versante i bambini interessano ai media solo se sono al centro di torbide vicende, di violenze, di contese fra genitori. sembrerebbe che i bambini-bambini e le loro attività espressive grafico/oittriche  – ambito di cui si occupa la pinac – non interessino a nessuno, non siano aspetti culturali da considerare,  tanto meno da rappresentare da parte dei media. insomma non fanno notizia bambini-bambini con i loro disegni che in genere vengono definiti disegnini. la cultura visiva prodotta dall’infanzia non ha appeal. 

si fa molta fatica a parlarne e a farsi ascoltare. l’interlocutore si commuove in superficie e con frasi del tipo “ma che carini”,  liquida qualsiasi riflessione, approfondimento, valorizzazione.

ecco il nostro fronte di impegno, la missione del nostro lavoro. quando pinac propone le sue mostre temporanee, quando promuove o partecipa ai convegni, quando interloquisce con i mezzi di comunicazione, in ogni azione  e attività cerca di segnalare il senso della creatività infantile quando si manifesta tramite  i segni, i colori, le linee.  

ci interessa segnalare  le tematiche pedagogiche ed educative

che riguardano senso delle rappresentazioni infantili, di cosa parlano le bambine e i bambini quando disegnano o dipingono. i piccoli raccontano quel che sanno del mondo e lo rappresentano. negli elaborati,  attraverso i loro occhi curiosi,  mettono in relazione il  mondo interiore, le esperienze sensoriali, le emozioni e i sentimenti.  nel nostro mondo occidentale i bambini  sono invitati dagli adulti e lo fanno con piacere a rappresentarle sulla carta e con i colori ciò che sanno e sono. sottolineo il termine ‘cultura occidentale’, perché in altre culture questo non avviene questo. il gioco della rappresentazione può essere tridimensionale, può essere giocato su modalità non grafiche, può essere la danza, il corpo stesso. parlo di quei mezzi e quei supporti culturali, antropologici e sociali che consentono ai i bambini di tutto il mondo di prendere coscienza di sé stessi e del loro crescere giorno per giorno.

parlo della diversità dei linguaggi che sono diversi perché fortemente legati alle culture di appartenenza. 


oino - nella valutazione che voi fate dei disegni, il profilo psicologico riveste una parte importante?


ep - il profilo psicologico riveste una delle parti. devo subito dire, e ringrazio della domanda, che personalmente, da quando dirigo pinac, ho spostato l'attenzione dalla lettura prevalentemente psicologica coltivata da chi mi ha preceduto, a una valutazione complessa legata ad aspetti diversi di cui l’aspetto psicologico può far parte.  il fatto è che la lettura psicologica  porta con sé sempre il rischio  di un atteggiamento diagnostico, che a me personalmente non interessa. prediligo l’approccio multidisciplinare che libera dal tranello di  dover o dal voler assegnare significati e  stilare diagnosi. i significati veri possono essere dati solo dagli autori e quando l'autore è un autore bambino, magari piccolo, oggi ti dice che ha disegnato una certa cosa, ma se glielo chiedi dopo due giorni ti dice che ne ha disegnato un'altra e non perché non sappia, ma perché  in ogni momento lui è diverso e diverso il suo pensiero che evolve. 

quali allora le ottiche interessanti da mettere in campo quando si  accolgono i disegni dei piccoli e dei ragazzi. come  decidere quale opera entrerà nella raccolta e quale no. il valore estetico non basta, il valore affettivo non basta. quindi si devono precisare dei criteri multidisciplinari.

e’ uno dei miei  primi atti di gestione della pinac, l’istituzione di una  commissione scientifica nazionale. ho radunato attorno al tavolo di lavoro un artista, una critica d'arte, un antropologo, un pedagogista, uno psicologo, un insegnante, l'amministratore che allora era l’assessore alla cultura e la sottoscritta come direttrice. questo gruppo di persone lavorato per un intero anno, ha guardato gli stessi disegni, ha confrontato le ottiche disciplinari specifiche ha discusso le differenze e segnalato le convergenze. ne è uscita una sorta di griglia di criteri di analisi che fanno da guida rispetto alla selezione per l’ingresso dei materiali dentro l’archivio. questi criteri non sono inalterabili né prescrittivi, sono criteri che un altro gruppo di persone potrebbe tranquillamente cambiare, valgono per quell'universo di persone che si è messo insieme e ha condiviso il percorso di analisi i può essere tranquillamente sostituito  se si elabora qualche altro punto di vista.  


oino - quindi sono criteri che non si avvalgono di un fondamento scientifico?


ep -  nelle scienze umane che cosa significa scientifico?

scientifiche sono le ottiche disciplinari, scientifica la metodologia di analisi, scientifico l’approccio comparato sul un lavoro espressivo. non una scientificità relativa a dati quantitativi, ma la profondità umana di quelli qualitativi, suscettibili alle influenze dei modelli culturali e della storia. 


oino - lo sono anche per l’arte, l’arte stessa viene giudicata nel tempo a seconda dei modelli che cambiano. prendendo spunto da quello che dici, quindi secondo te dal punto di vista dell'educazione che cosa si perde nel fatto che dopo la fase infantile la conoscenza viene orientata verso la parte orale e scritta e viene accantonata quella visiva, perché le si dà meno valore come se fosse una parte solamente espressiva iniziale che poi si supera?


ep -  vi rispondo con un'osservazione che mi ha fatto un medico senegalese quando è venuto qualche anno fa a vedere una nostra mostra. faceva il mediatore culturale e linguistico, e guardava con interesse la nostra mostra. mentre io gli stavo dicendo  che nella nostra raccolta non avevamo disegni di bambini piccoli  africani ma solo elaborati dagli 11 anni in su,  lui mi guarda con un sorriso benevolo e mi dice, “noi dobbiamo insegnare a leggere, scrivere e far di conto perché questo bisogna fare quando si  deve far progredire nella tua nazione, chi non sa fare questo, chi non ci riesce allora può anche  mettersi a disegnare”.  

ho riflettuto che anche da noi, all’indomani del secondo dopoguerra, negli anni 50,  era prevalente lo stesso tipo di approccio. si pensi solo ai disegni  e alle ‘grechine’ che venivano proposti come  semplice decorazione dei quaderni e dei testi  verbali .‘artisti si nasce, non si diventa’ era sancito nei programmi ministeriali del 1955. oggi, da noi,  questo non lo direbbe più nessuno. la ricerca pedagogica ha stabilito che la creatività è educabile e che tutti i talenti individuali di partenza,  diversi per ognuno di noi,  possono essere coltivati e accresciuti, stimolati e raffinati.

cibaldi, uomo della prima metà del novecento, è stato capace di superare il suo tempo e la scelta di fondare pinac segnala la sua capacità e intelligenza. 


oino - la pinacoteca ha un programma di laboratori artistici ci puoi spiegare come funzionano e a chi si rivolgono?


ep-  la pinacoteca ha nella sua missione due finalità. la prima è valorizzare il patrimonio storico della raccolta che  conta più di 6000 disegni provenienti da 62 paesi del mondo, realizzati da bambine e bambini che vanno dai 3 anni agli 11 e  da ragazzi e ragazze dai 15 ai 17 , età considerata ammissibile fino al 2000. da quel momento la commissione scientifica nazionale decise di ammettere alla raccolta museale solo i lavori di autori la cui età non superi i 15 anni.

il secondo interesse riguarda  le modalità creative e le caratteristiche dinamiche, storiche e culturali dell'espressività infantile.  

ogni bambino che si affaccia alla vita e prende in mano una matita, o un qualsiasi altro materiale/supporto che gli consenta di esprimersi, porta una novità, la novità di  se stesso, novità dei suoi segni e dei suoi sogni. 

pensiamo quindi ai nostri laboratori come opportunità e occasione per dire di sé e del mondo. naturalmente abbiamo il problema dei finanziamenti, e non è un piccolo problema, ma ci  sembra irrinunciabile offrire l'occasione per fare, per vivere un'esperienza basata sul rapporto fra artista il bambino, la bambina. 

parlo di artista perché i laboratori di pinac sono sempre condotti da artisti riconosciuti. riteniamo dirimente che pinac qualifichi la propria azione con scelte nette e iscrivibili nel campo della pedagogia dell’arte. le scuole, le biblioteche e le  associazioni  propongono bellissime esperienze giocate su laboratori condotti da giovani o meno giovani atelieristi che hanno fatto l’accademia  corsi di perfezionamento, anche di qualità. 

in pinac è molto forte l'esigenza di qualificare la nostra offerta laboratoriale come direttamente legata all'arte. cerchiamo la sintonia con artisti di provata sensibilità pedagogica e chiediamo loro se hanno voglia  e curiosità di incontrare un gruppo classe, proporre  un percorso, un progetto un’ esperienza. quando gli artisti accettano vivono l'esperienza del workshop come un momento creativo, non tanto per insegnare qualcosa a qualcuno, quanto per vivere insieme quell'esperienza che diventa collettiva. 

certamente c’è un sapere tecnico che è patrimonio dell’adulto e che diventa bene prezioso da condividere, ma la base del rapporto è un grande rispetto per il percorso di ciascuno. bambini e ragazzi capisco benissimo il patto e se lo giocano senza tensioni performative sugli esiti prodotti. 

i nostri laboratori si propongono come  scambio significativo di punti di vista; l'atmosfera che si crea è quella dell'acquario creativo senza uno specifico taglio didattico necessariamente espresso, cosa che invece giustamente deve accadere a scuola. 

pinac  è un luogo altro  e uno specialissimo mondo altro, che tentiamo di difendere , con le unghie e con i denti, fin che si può.


oino - i laboratori sono rivolti anche a docenti e ad insegnanti? 


ep - sì, questo appartiene alle nostre finalità che prevedono  anche la formazione attraverso le esperienze vissute con artisti, quando le finanze lo consentono.

lo stile formativo di pinac cerca di offrire momenti di crescita personale che  non propongono necessariamente cosa insegnare di nuovo l’indomani, ma  costruiscono opportunità che formano la persona-insegnante che domani farà meglio scuola perché oggi ha rinforzato il suo sapere e arricchito la sua cultura. 

formare è anche costruire relazioni nuove e in pinac questo succede quando riusciamo a portare esperienze creative e artisti diversi, di arti diverse, capaci di mostrare altri punti di vista. 

sono assolutamente convinta che moltiplicare i punti di vista sulla stessa realtà/quotidianità costituisce una formidabile occasione di crescita per persone in formazione, consente di vedere oltre e scoprire altro.


oino -  quindi c'è una differenza rispetto a i musei, ad esempio l'esperienza del castello di rivoli che ha aperto le porte all'educazione, anche ai ragazzi piccoli, alle scuole inferiori e agli insegnanti.  tu ne sei a conoscenza e vi qualificate in un altro modo rispetto a rivoli?


ep - io, rispetto a rivoli ho molta ‘invidia’ per le cose straordinarie che propongono. anna pironti  è una grandissima professionista che con il suo staff pedagogico, sa mettere in gioco gli artisti che espongono da loro o che hanno le loro opere nella collezione del museo stesso con grandi quantità di classi della scuola dell’obbligo. 

noi questo non potremo mai farlo, strutturalmente la nostra collezione è costituita da opere di non-artisti. rivoli esprime molto bene quello che anche noi pensiamo della didattica dell’arte e mi sembra che nel panorama italiano sia  l'esperienza più felice a cui siamo più vicini idealmente.

il mart ha anch’esso un importante apparato laboratoriale che ha sviluppato un buon programma, che però, a mio avviso, ha sviluppato prevalentemente forme atelieristiche dove si fanno dei giochi simpaticissimi, piccoli prodotti molto gratificanti, ma forse che vanno da un'altra parte rispetto a quello che io ho appena detto. 

noi, a partire dalle opere della nostra collezione ‘anomala’, proviamo a metterle in dialogo con le esperienze di bambini presenti e con le personalità di artisti curiosi. 


oino -le proposte della pinac possono essere attinenti o comunque sollevare questioni attuali che riguardano la cultura contemporanea, in particolare quella artistica?


ep - la domanda è impegnativa è con molta onestà non so cosa rispondere.

il primo pensiero, non scientifico, che mi viene in mente, a partire dall’osservazione dell’operare di alcuni artisti incontrati dentro la pinac è che ogni artista porta se stesso e la propria esperienza che risuona, dentro la nostra casa dei disegni dei bambini e delle bambine del mondo, in un modo un po' speciale e unico. e mi pare che questo avvenga grazie all’incontro con l'espressività infantile presente e passata che ha intriso anche  i muri di questo antico e storico edificio mi piace pensare, questo sì, che quando un'artista vive un'esperienza dentro la pinacoteca, lascia qualcosa di sé ma si porta via qualcosa, come un piccolo risuonatore che riacchiappa l'infanzia sua dell'artista.

in qualche modo voglio immaginare che poi questa nuova musica si rigiocherà imprevedibilmente nell'arte che produrrà in seguito. 


oino -  volevamo chiederti se la fondazione, costituita da due anni, ha ricevuto, in termini economici, qualche  riconoscimento o sostegno pubblico ed eventualmente da parte di chi?


ep -  pinac  era una parte integrante dell’ufficio cultura del comune di rezzato. dal 2001 al 2009 compreso ha goduto di un budget annuo, all’interno del bilancio comunale, di circa € 80.000 che consentiva di provvedere sia alla parte gestionale del progetto sia all’attività prevista dalla sua mission. quando è nata la fondazione pinac, il comune ha immediatamente quasi dimezzato l'impegno finanziario, anche per i motivi legati ai tagli lineari e tutto ciò che è successo in questi due anni dal punto di vista della finanza pubblica rispetto alla cultura. dimezzato il finanziamento, l’amministrazione ha invitato il consiglio di amministrazione a cercarsi i fondi necessari a sopravvivere. il dramma è che siamo in un momento in cui tutti cercano fondi e sponsor, la cultura ha grossissimi problemi di sopravvivenza. il momento storico è molto difficile, molto pesante, molto intasata: tutti gli istituti culturali, le fondazioni, gli stessi enti locali sono tutti lì a chiedere soldi agli stessi soggetti. noi abbiamo partecipato e vinto bandi di fondazione cariplo, di fondazione comunità bresciana, che consentono di progettare lo straordinario ma non di gestire e coprire l’ordinario. tutti qui a brescia chiedono soldi  fondazione asm-a2a, che via via riduce, anche per motivi diversi, l’entità dei fondi e non valuta la continuità di un progetto un valore per il territorio. non escludiamo di provare ad accedere anche a bandi europei. e’ una rincorsa quasi disperata.


oino - a livello internazionale, ma anche in italia ovviamente, ci sono altre pinacoteche e fondazioni come la vostra? 


ep - così come noi dal punto di vista storico e delle caratteristiche del patrimonio conservato,  in italia no. anche in europa non ci sono eguali benché ci siano alcune importanti esperienze. a oslo, c’è il  museo del giocattolo del disegno infantile una bella realtà da sempre totalmente privata, che ha principalmente un taglio antropologico. a trois, in alsazia, c'è una associazione che da trent'anni gestisce un concorso internazionale su un  tema educativo specifico. hanno anche loro un patrimonio di disegni molto ampio ma la loro collezione si basa esclusivamente sui concorsi banditi. la seconda cosa è che non hanno sede espositiva per cui tutti i loro materiali non sono visibili, e le opere che non si posso vedere non  vivono. invece l'altro giorno mi è stato portato dall'india un materiale informativo relativo a un museo d'arte infantile. non conosco la realtà americana, a parte il guggenheim di new york e la sua sezione didattica. il guggenheim da molti anni lavora con i bambini e probabilmente hanno anche un archivio dei lavori fatti durante i loro laboratori che sono esperienze piuttosto interessanti.


oino - il disegno infantile, prendendo una fascia dai tre ai cinque anni, è uguale in tutto il mondo ed è sempre stato così dall'evoluzione dell'uomo?


ep - io il posso rispondere citando con gli studi fatti da arno stern, grande studioso svizzero ancora vivente che ha girato il mondo facendo disegnare i bambini piccoli, che ha elaborato una teoria molto interessante che sostiene che tutti bambini del mondo da piccoli, molto piccoli,  fanno due azioni fondamentali che tracciano segni -  sulla carta o sulla sabbia non importa - . il primo segno è un segno tondeggiante aperto, che lui chiama " girulì", il secondo segno è quello che lui chiama " puntilì", una specie di virgola, che parte come un punto e poi ha una coda. stern afferma che questi segni sono la traccia della  fisicità, del corpo stesso e non hanno alcun contenuto rappresentativo. 

ritengo interessante questa sua ipotesi perché è una teoria basata sull’osservazione di grandi numeri e a diverse latitudini, al meno psicologica possibile, che credo abbiate capito non mi convince molto, benché rispetti che ne fa il pilastro portante “dello sviluppo del disegno infantile”. 

se mi chiedi "i piccoli hanno sempre disegnato così?"

io rispondo che a partire dallo specchio di tempo che io ho davanti a me, osservando la nostra raccolta museale  - che va dalla metà degli anni 50 a ieri -  rilevo che nei lavori dei bambini piccoli c'è una costanza nelle modalità rappresentative, visto che i modelli occidentali - perché di modelli rappresentativi stiamo parlando - costituiscono riferimenti formali e stereotipi che  vengono veicolati prima ancora che dal nido o dalla la scuola materna, dagli adulti della stessa dalla famiglia di provenienza. 

per cui quando il bambino fa il suo ‘tondino’ il papà esclama: “che bravo, hai fatto il sole”, a quel punto e da quel momento quel segno sarà il sole, cioè diventerà un contenuto, e più avanti un modello. sappiamo che  "per conoscere il mondo bisogna nominarlo" e allora   ecco che l'operazione diventa automatica: il piccolo traccia dei segni a caso, l'adulto assegna un nome a quei segni,  quei segni diventano quella cosa lì.

l’aspetto buffo e destabilizzante di questo meccanismo al suo inizio è che un bambino molto piccolo quando disegna e tu chiedi cosa ha disegnato (sempre meglio chiedere che stabilire dei contenuti a prescindere) probabilmente risponderà che ha disegnato la mamma, ma due secondi dopo dirà che è un delfino e poco dopo una montagna. in effetti non ha ancora fissato e vincolato quel segno a quel significato e quindi ogni nuovo sguardo vede un nuovo significato.

il problema è quando si fissa troppo precocemente e una volta per tutte i modello rappresentativo socialmente accettato e condiviso, per cui spesso genitori e parenti vari, educatrici e insegnanti intervengono precisando che  "non si fa così la casa, ma si fa così".

si fissa un modello che propone quell'unico punto di vista. 

in pinac si prova a scardinare i modelli convenzionali quando ogni artista porta il suo punto di vista particolare e se lo gioca con i bambini o con gli adulti che frequentano  il nostro laboratorio. si producono altri modelli dissonanti,  la cui ricchezza  nasce nel confronto dei diversi punti di vista di interpretazione della realtà. 

nella nostra raccolta  abbiamo disegni di bambini piccoli (3/4 anni) prevalentemente occidentali. 

per quanto riguarda altre culture abbiamo materiali di bambini in età scolare che –ahi noi - raccontano di pratiche scolastiche molto improntate a modelli convenzionali: l’insegnante disegna alla lavagna e i bambini copiano perché il disegno deve essere’ bello’  come quello che ci sia aspetta sia secondo il gusto e la cultura dell’ambiente.

per fare un esempio,  dall'isola di pasqua, dove io mi aspettavo materiali ingenui – i bambini rapa nui sono stati gli ultimi al mondo a vedere la televisione e quindi uno prova ad applicare il mito del buon selvaggio -  ho ricevuto dei disegni interessanti ma, per esempio, sono sicura che parecchi dei materiali i sono stati copiati da cartoline pubblicitarie, da depliant turistici o da pubblicazioni per bambini.

una volta di più mi sono resa conto che la freschezza e l’autenticità degli autori bambini si poteva scoprire solo osservando attentamente i dettagli che riuscivano a sfuggire ai modelli di rappresentazione convenzionali.


brescia, 19 dicembre 2012