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secondo contributo

osservatorioinopera (piero almeoni, paola sabatti bassini)


per colpa di...



all'interno del nostro percorso di lavoro, che cerca disperatamente di ritrovare un senso del fare arte e dell'essere artista in una condizione etica di esistenza quotidiana, noi siamo convinti che la cultura viva e produca a lato dei canali ufficiali, appiattiti su modelli di consumo immediato poco propositivi e ormai anche poco credibili. nell'evidente stagnazione di idee e di soluzioni, in cui l'artista assenziente viene volutamente isolato dal tessuto culturale più vasto (divide et impera), anche quando si parla di arte come fatto pubblico, noi abbiamo riscontrato enclave di lavoro che, tra mille difficoltà,  producono  cultura  che si merita a tutti gli effetti l'appellativo di “arte pubblica”, anche se a volte silenziosa e poco riconosciuta. al di là di generiche speculazioni di pensiero che restano però solo sul piano teorico, queste sono realtà operanti che propongono situazioni concrete  incarnate nel territorio, a salvaguardia di una ricchezza culturale e storica che altrimenti andrebbe dispersa. questo  progetto di interviste vuole sottolineare l'attività di archivi, fondazioni, associazioni, spazi no profit qualificati su un particolare progetto, partendo dalla nostra città, che è brescia.


l'itinerario inizia con alcune interessanti realtà della città di brescia, la prima è la fondazione berardelli che si occupa di archiviare e di dare un corpus alla corrente artistica di poesia visiva partendo dagli anni sessanta.


la seconda è l'archivio cavellini, iniziato a partire dagli anni '40 da guglielmo achille cavellini e proseguito ed ampliato dal figlio piero. oltre a ragionare intorno all'idea di conservazione apre una questione interessante sulla funzione stessa dello spazio d'arte inteso come progetto.




osservatorioinopera - l’archivio conserva le opere e i documenti di tuo padre  guglielmo achille cavellini, con l’intento di riproporre e riattualizzare il pensiero di gac?


piero cavellini - alla morte di mio padre mi sono trovato a gestire un materiale molto vasto, e quindi inevitabilmente è nato l’archivio. innanzitutto con il desiderio di riunire tutto il materiale sparso in più magazzini e per nulla fruibile a causa del disordine in cui si trovava.  inevitabilmente nella sistemazione ci si è trovati di fronte, oltre alle sue opere, a tanti documenti, collezioni particolari, molto importanti e quindi si è cercato di fornire loro una certa collocazione che è diventata archivio solo nell’ordinare le opere in un luogo. ma non è stato allestito perché diventasse un archivio lo era già per sua stessa costituzione.


oino - tuo padre  aveva già una  grossa collezione...


pc - le opere sono una collezione in sé ma lo sarebbero per qualsiasi artista e mio padre è stato un artista che ha attraversato talmente tanti periodi, dalla sua attività di collezionismo a partire dagli anni ’40 attraverso la quale aveva accumulato non soltanto opere ma tantissimi documenti, lettere, fotografie. mio padre, guglielmo achille cavellini, è morto nel novanta ed è stato una figura particolare all’interno del mondo dell’arte, ha attraversato parecchie generazioni, ponendosi rispetto all’arte con atteggiamenti che possono sembrare anche dei cambiamenti di ruolo, ma in realtà non lo sono stati perché c’è una certa univocità nella sua storia espressiva, che inevitabilmente ha avuto come corollario nei rapporti avuti tantissimi documenti e situazioni che in qualche modo rispecchiano un momento storico molto vasto a partire dai primi anni ’40 fino alla sua morte. a questo si è aggiunto poi trent’anni di lavoro di galleria mia personale che è andato ad aggiungersi all’archivio soprattutto come biblioteca e tanti dossier dei numerosi artisti con cui ho lavorato. unendo i documenti che riguardavano queste due attività, mi sono accorto di avere in mano un corpus molto importante e molto vasto anche.


oino - l’archivio è diventato anche sede di operazioni culturali ospitando mostre o aprendo spazi laboratoriali di ricerca, vuoi parlarci di questo altro aspetto di cui l’archivio è stato promotore?


pc - e’ chiaro che un archivio porta con sé l’idea della conservazione ma dipende sempre da cosa si conserva perché un archivio possa avere uno sviluppo di questo tipo. certamente le prime procedure che si sono attuate sono state principalmente di conservazione e di sistemazione con l’idea di promuovere la figura di un personaggio che giudicavamo importante dovesse essere messo in luce per il valore che aveva avuto dentro un’idea dell’arte anche abbastanza lunga. essendo però un archivio particolare, nato da un’attività estremamente dinamica, pensate solo all’attività mail artistica da lui svolta durante tutti gli anni settanta, ci si è trovati di fronte ad una connotazione innanzitutto molto internazionale ma che nello stesso tempo mette in luce un work in progress che lui ha messo in opera durante la sua attività, work in progress che non è ancora terminato, quest’idea del centenario che lui ha elaborato durante la sua attività è una cosa che deve ancora concludersi, è un lavoro che ha delegato e consegnato ad altri che cercheranno di terminarlo. questa dinamicità, questa idea di stare al di fuori di un sistema costituito e crearne uno amplificato, ci ha fornito gli strumenti per entrare dinamicamente anche noi, che avremmo dovuto essere soltanto dei conservatori dell’archivio, dentro una dinamica progettuale, tutto ciò ci è stato consegnato proprio tra le mani, visto che lo vivevamo quotidianamente dentro l’archivio, con una certa predisposizione da parte mia a inserirmi nelle situazioni più contemporanee. ne è una riprova il fatto che anche voi che lavorate su un certo tipo di dinamica contemporanea, come artisti che non sono più una figura isolata ma che si mettono in relazione con gli altri, col mondo, con il sistema, avete partecipato a qualche progetto. tutto ha avuto inizio anche per una certa predisposizione da parte mia di prendere al volo, non come artista perché non lo sono, ma come lettore della fenomenologia artistica di oggi, tutto questo materiale perché mi desse gli spunti per poterlo fare diventare una riflessione critica sull’attualità partendo da questo patrimonio che in qualche modo ci stava alle spalle.


oino - hai parlato di contemporaneità e di attualità delle azioni svolte dall’archivio grazie a te, trovi che questo possa essere collegato all’opera di tuo padre, come un’eredità ricevuta che ha trovato una possibile evoluzione nella tua lettura della contemporaneità?


pc - il collegamento se c’è è legato all’anticipazione che, secondo me, questo personaggio ha fatto di certe problematiche che oggi sono sulla pelle di tutti.

questa anticipazione ci ha dato lo spunto per fare un lavoro che è completamente diverso dal suo ma in ogni caso sente questa eredità ed il suo lavoro come un punto di partenza che dovrebbe segnare qualcosa un po’ per tutti oggi, per tutte le giovani generazioni che si stanno occupando di un’arte più trasversale, più pubblica, chiamiamola ancora così, che in qualche modo  non è soltanto legata ad un fatto segnico ma è un fatto espressivo più generale. non è stato solo mio padre che ha anticipato queste cose, pensiamo al movimento fluxus e a tante altre esperienze che nascono nel bacino concettuale degli anni ’70, tutte queste cose sono state anticipatorie, ma lui ha cercato di spostarle oltre, per usare un parola molto abusata oltre la modernità, perché se c’è veramente un artista postmoderno questo è lui, più che la transavanguardia o  altre situazioni. lui ha cercato di spostare attraverso i tempi, non più in senso evoluzionistico ma in senso storico e teorico la lettura dell’arte che si è svolta nei vari periodi del novecento, con la citazione e con tanti altri aspetti che ha usato.


oino - come funziona questo spazio che tu hai definito dal punto di vista concettuale rispetto alle proposte delle gallerie, quindi proposte legate più al mercato, o del museo che ha altre modalità di conservazione?


pc - direi che certamente non funziona allo stesso modo e, riallacciandomi a quel che dicevo prima, funziona o dovrebbe funzionare, perché il nostro archivio funziona relativamente poco per questioni personali e per fatti legati alle difficoltà economiche, ma stando sul piano teorico dovrebbe funzionare in modo più contemporaneo di quanto non funzionano le gallerie e i musei, nel senso che quelle sono attività che in qualche modo nella nostra epoca non hanno più la posizione propositiva che avevano le gallerie e i musei trent’anni fa. all’inizio della mia attività, per esempio, c’era un rapporto di complicità con l’arte e un modo di penetrare nell’arte attraverso uno scambio reciproco. oggi le gallerie e i musei sono un ricettacolo finale di un percorso dentro un territorio molto canalizzato, poco disposto a discutere sul valore, forse il temine valore potrebbe creare delle ambiguità, ma sul senso dell’operare artistico, cosa che allora accadeva.


oino - questo è interessante perché tu sei partito facendo il gallerista, quindi con quell’esperienza consolidata sull’impegno teorico di cui ci hai appena detto, che per alcuni aspetti l’archivio eredita almeno da un punto di vista di una nuova posizione rispetto all’idea comune che abbiamo di archivio.


pc - sicuramente dipende anche dalla personale attitudine, nel senso che se io non mi fossi trovato in mano la possibilità di fare questo archivio, se non avessi avuto tutto il materiale di mio padre, tutte queste situazioni di cui vi dicevo prima, non avrei potuto di punto in bianco fare questo passaggio dalla galleria all’archivio così direttamente, mi sarei inventato qualcosa d’altro, sicuramente non avrei continuato a fare il gallerista nello stesso modo. avrei inventato un gallerista archivista senza archivio, perché non sopportavo più un genere di attività che non era più dentro un rapporto diretto con l’arte. cercando di tornare a viverla in modo vitale, nei rapporti, nei ruoli e nella discussione. un tempo il gallerista aveva un atteggiamento che non era molto lontano da quello dell’artista, anche se non voglio dire che il gallerista facesse l’artista, ma era simile, era complice, era pieno di prospettive comuni da gestire insieme che si riflettevano anche nelle opere. pensate al lavoro di alcuni galleristi storici, da sperone con l’arte povera, a toselli con la prima arte concettuale, tanto per parlare di galleristi italiani. io sono arrivato un po’ in coda rispetto a questa generazione, però essendo appunto arrivato in coda ho vissuto in presa diretta una posizione che era già forte tra l’idea, il processo mentale e l’evoluzione dell’arte. invece lo scarto che c’è stato verso la fine degli anni settanta in qualche modo mi ha dato la possibilità di fare un salto in là con la testa cercando di rifiutare un lavoro che secondo me non aveva più senso in quelle condizioni. la condizione poi di trovarmi in questa situazione nuova con l’archivio tra le mani mi ha fornito l’input per avventurarmi in progetti che scaturivano dalla sua presenza. se vi ricordate quando ho cominciato ad interessarmi al vostro lavoro e poi abbiamo progettato la mostra di cisano che era un primo consuntivo di una certa esperienza di questi progetti nati dall’archivio, la cosa che mi era venuta in mente era di mettere una specie di cappello a tutto con la collezione di mio padre di mail art, che secondo me ci dava degli stimoli o spunti per discutere di idee completamente diverse, che forse apparentemente non avevano nulla a che vedere con quelle opere, che però ne costituivano un antefatto culturale preciso.


oino - e’ un modalità singolare di operare nell’arte che non si riconosce nei modi consueti delle gallerie, nei modelli un po’ stantii che vuole il mercato, ma hai cercato un rapporto con la realtà negli aspetti relazionali ma anche affettivi, nel senso che questo termine può avere come avvicinamento alle cose e alla cultura. e’ molto chiaro quindi il valore che tu dai all’archivio nel suo modo di muoversi. dato che attualmente c’è questo stato di stallo per ragioni tue personali, tu vedi una possibilità che questo archivio possa di nuovo essere frequentato dalla cittadinanza visto che comunque è conosciuto ed è stato frequentato anche da studenti e studiosi quando era aperto?


pc - al di là del momento di difficoltà, l’idea era di renderlo sempre più pubblico, il più possibile aperto ma tutto questo comporta delle condizioni di carattere economico, di carattere gestionale. l’archivio ha progettato, ha fatto, si è aperto anche agli altri anche in situazioni non perfettamente a posto dal punto di vista della presentabilità. io lo considero come un lavoro fatto, con un suo percorso e che purtroppo ora è in stallo completo per problematiche  prima di carattere economico, perché per gestire le cose ci vuole anche un’economia di un certo tipo, e la strada della compartecipazione pubblica sarebbe stata quella più producente. la cosa non è avvenuta perché le nostre strutture pubbliche sono estremamente riluttanti a valorizzare questo tipo di cose, non hanno una strategia culturale. quindi io lo considero un lavoro compiuto, qualcosa che c’è e che ha prodotto documenti. tra non molto sul progetto prodotto in questi anni nell’archivio, che è stato chiamato progettoutopia, si pubblicherà un libro che documenta tutto il percorso fatto, quindi resterà una testimonianza di un processo che è avvenuto. cosa succederà in seguito? io credo che se non si attuerà un consorzio con altre situazioni di altri archivi ingrandendo il bacino e la progettualità, quindi la forza contrattuale con il sistema sociale complessivo, le esperienze come quella che ho avuto io con il nostro archivio, saranno destinate a non avere una grande visibilità o a rimanere inerti nei magazzini. e’ un problema che riguarda anche gli artisti oggi e tutto il sistema dell’arte nella sua generalità, cosa succederà non lo so esattamente.


oino - l’archivio dispone anche di una importante catalogoteca, soprattutto per quanto riguarda gli anni cinquanta, sessanta, settanta e ottanta?


pc - direi che la biblioteca che è fatta di libri, di cataloghi e poi anche di tanti documenti che in qualche modo fanno parte di questo corpus teorico parte dai primi anni quaranta. personalmente ho dato il maggiore contributo perché ho fatto convogliare là tutto quanto avevo raccolto a partire dai primi anni settanta. diciamo che gli anni ’40, ’50 e ’60 sono stati raccolti da mio padre anche se lui non era un grande raccoglitore di cataloghi, ma inevitabilmente facendo questa attività si accumulano un sacco di materiali, io invece, che avevo una certa attenzione verso la parte teorica, a partire dagli anni settanta avevo raccolto molto materiale, che è un materiale importante.


oino - questo materiale non è mai stato ufficialmente riconosciuto tramite qualche forma di sovvenzioni?


pc - non c’è mai stato nessun tipo di aiuto tranne in un’occasione nel 2000 quando abbiamo aperto lo spazio dove avete fatto la mostra “tube”. era uno spazio legato all’archivio e il comune per una serie di mostre che avevamo progettato per un paio d’anni ha dato un piccolo contributo.


oino - piero tu hai lanciato quest’idea che per dare visibilità e salvare questa parte preziosa che ogni archivio possiede, visto che non ci sono dei finanziamenti pubblici, sarebbe interessante realizzare una sorta di consorzio, sei a conoscenza di altre realtà, situazioni simili, o altro, ti viene in mente qualcosa in questo senso?


pc - una parte del nostro archivio è costituita da questa collezione di arte postale di cui noi abbiamo più di tremila invii da tutto il mondo, e quasi tutti gli artisti postali, anche quelli italiani, hanno un archivio, non dico di queste dimensioni, ma molti anche molto grosso. io contattando questi personaggi, anche solo per un pour parler, ho verificato come anche loro sentano la frustrazione di avere queste cataste di cose in cantina in scatoloni o i più fortunati in semiarchivi  come il mio che hanno un minimo di sistemazione e quindi si pongono il problema del futuro dei loro archivi. ad un certo punto era serpeggiata quest’idea di pensare a qualcosa che li riunisse, però riguardo sempre a questo argomento specifico dell’arte postale, nulla vieta che nascano delle idee per fare qualcosa di più grosso in questo senso. però il problema economico non è che cambi molto, anzi aumentando il numero di persone aumenta anche la dimensione dell’archivio che va salvaguardato.


oino - però questo vorrebbe dire dare visibilità al problema e poter chiedere un aiuto a qualche amministrazione pubblica o privata. al momento l’archivio si è fermato ad un determinato periodo o attualmente stai ricevendo ancora materiale dagli artisti, accumulando lavori, testimonianze…


pc - ma, forse anche in vista del 2014, anno della celebrazione del centenario di mio padre secondo un progetto da lui creato, c’è stato un risveglio di attività che tenta di creare dei circuiti che rimettano in luce il problema della fine di questo percorso. io poi sono estremamente convinto che gli artisti postali che lavorano ancora oggi, dei nuovi artisti più giovani che si sono messi in testa di ricostituire dei circuiti di questo tipo, siano veramente fuori tempo ormai, l’arte postale arriva, partendo dai primi anni settanta, massimo  alla metà  degli ottanta, poi diventa un circuito un po’ effimero, ma l’arte postale reale quella che ha creato una sinergia forte tra centinaia di persone in tutto il mondo che in continuazione cercavano di rendere fluida questa processualità artistica tra di loro, è un’esperienza di quel tempo, oggi improponibile.


oino - quindi questo per quanto riguarda l’arte postale, ma per altre situazioni?


pc - tutto è aperto a questo mondo, è soltanto l’inefficienza dell’archivio che fa fatica a farlo stare in gioco, ma c’è un sistema oggi allargato di artisti che si occupano di questo tipo di questioni e che non necessariamente usano il mezzo postale ma altri strumenti con cui  l’archivio se fosse funzionante, attivo, se io fossi più giovane, se non avessi tanti problemi a cui stare dietro, avrebbe tutte le possibilità di mettersi in relazione. le esperienze che abbiamo fatto in fin dei conti tendevano ad agire dentro un processo di rinnovamento, non so se è il termine giusto, comunque a confrontarsi con il tentativo di una certa generazione oggi di uscire da uno schematismo culturale che non rispecchia più l’arte.


oino - ci puoi fare una considerazione finale su ciò che hai detto ora?


pc - gli archivi, singolarmente, se non hanno delle grosse possibilità economiche, sono destinati a trovare soluzioni esterne, quindi ad affidare il proprio materiale a delle strutture funzionanti, oppure cercare un collegamento con la dimensione pubblica. sicuramente una città delle nostre dimensioni che ha la fortuna di avere alcune collezioni che si sono sviluppate nel tempo e hanno accumulato tanto materiale, farebbe bene a pensare più che ha un ipotetico museo, per cui non hanno neanche materiale per creare una collezione permanente perché non hanno mai accumulato opere necessarie per fornire una documentazione esauriente sulla contemporaneità, farebbe bene dicevo a partire da materiali che esistono già e quindi a ipotizzare una struttura nuova, un museo nuovo, che parta più dall’esperienza teorica, più vicina all’idea di archivio.



brescia, martedi 27 novembre 2012

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