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la danza ci permette di parlare di emergenza attraverso l’idea che essa sia un piano dove qualcosa affiora, emerge, appunto. e questa idea della danza come piano su cui qualcosa viene a presenza, un novum legato alla mobilità, concerne un discorso sull’immagine. possiamo infatti pensare la danza come un tipo di immagine, un’immagine pura, un’immagine nuda che non si può rendere cosa. un’immagine che accade e che, potremmo dire, crea l’evento-immagine o l’immagine come evento, un’immagine evenemenziale, tra l’apparire e il dissolversi, nello stato di qualcosa che non si cristallizza mai. si intuisce presto che dall’emergenza all’immagine, attraverso la danza, entriamo in un discorso visivo, singolare e interessante, che non ci porta solo oltre il paradigma della rappresentazione, ma oltre la stessa immagine esistente in qualcosa di oggettuale, che si dà in oggetto. un discorso che, a ragione, può essere articolato seguendo quell’incrocio di temi e di saperi che, tra filosofia, estetica, studi culturali, critica d’arte e dei media, dagli anni novanta del novecento, dibatte internazionalmente la questione “che cos’è l’immagine?” in un processo di ripensamento e di riabilitazione del suo statuto, sotto il segno di un “ritorno delle immagini” (gottfried bohem) o di una loro “corporalizzazione” e “performatività”. nella relazione danza-immagine, il senso dell’immagine non è quello di una presenza che sta al posto di un’assenza. si dice che l’immagine c’è quando non c’è l’oggetto, che essa prende vita dalla sua assenza, o dall’assenza del corpo, di cui la presenza iconica è un analogon. nel caso della danza, al contrario, potremmo dire che l’immagine c’è quando c’è il corpo, che essa è immagine come presenza. la danza è corpo come immagine in presenza, qui il corpo si fa immagine e l’immagine è carne viva. una prospettiva teorica che appare amplificata dalle recenti pratiche coreografiche dove potremmo parlare di una “iconic turn” della danza. l’attuale koinè estetica di danza e visual arts, di danza e tecniche digital-informatiche ha dato luogo, infatti, a una ‘terza frontiera’ della ricerca coreografica contemporanea – dopo quella della danza pura e della danza teatrale (“impura”) – in cui nasce una forma artistica nuova, un’arte performativa fortemente visualizzata. i nuovi ambienti estetici generati da questo incrocio espandono la struttura coreutica, ne rivelano la sua interna vocazione a essere membrana iconica, pelle, superficie, esposizione dove si dà la danza. qui il gestuale si allarga al visuale e l’immagine si fa spazio danzabile, attraversamento di corpi che ri-scrivono il visibile.


gottfried bohem, la svolta iconica. modernità, identità, potere, a cura di m. g. di monte e m. di monte, roma, meltemi, 2009

























photo credits: massimo cappellani

danzare: un ‘piano di emergenza’

di caterina di rienzo