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la diffusione del corona virus e la situazione che l’intero pianeta sta vivendo hanno reso evidente la necessità di una trasformazione per la filosofia e le humanities, se queste non vogliono abdicare al compito di pensare il nostro presente. di fronte alla evidente crisi dell’ambiente, la cultura deve mettersi in discussione e le environmental humanities, praticate da circa un decennio nei paesi anglosassoni, sono nate come risposta a questa esigenza. in questo campo di studi il dialogo tra letteratura, storia, antropologia, filosofia, linguistica, cinema, arti, scienze sociali e scienze naturali produce un sapere che non serve solo ad analizzare i modi in cui si è pensato l'ambiente in relazione all’umano ma anche a promuovere una cultura diversa, più inclusiva e critica, se pensare non significa solo rappresentare il mondo e la vita, ma agire per trasformarli. è chiaro come questo allargamento di prospettiva, spinge a riformulare il termine stesso di humanities, tanto che si può parlare di post-humanities” (braidotti 2013) o di “umanesimo non antropocentrico” (iovino 2006).

se tra le caratteristiche di questo nuovo approccio c’è in primo luogo il suo statuto transdisciplinare, o addirittura indisciplinato, come è stato definito recentemente da marco armiero (2020), perché parlare di estetica? come si inserisce in questo contesto una disciplina filosofica tradizionale, che nasce nella modernità settecentesca? e come fare a metterla in questione? in primo luogo, vorrei sottolineare che l’estetica non è una disciplina separata dagli altri approcci filosofici, ma una prospettiva, un punto di vista sulla intera filosofia capace di tenere insieme molte questioni. la prima è quella generale della sensibilità, della relazione tra corpi sensibili, laddove l’ecologia si occupa del rapporto dell’umano con l’ambiente. inoltre, parlare di estetica e insieme di ecologia significa mettere in discussione i paradigmi tradizionali attraverso cui percepiamo e rappresentiamo la natura, per esempio una certa idealizzazione del paesaggio, oppure può servire a mostrare con occhi diversi i modi e gli effetti delle nostre abitudini quotidiane.

forse però l’aspetto più interessante dell’estetica è una delle caratteristiche che alexander gottlib baumgarten, inventore del termine nel settecento riprende dalla epistemologia di gottfried wilhelm von leibniz: quella di essere una scienza chiara e nello stesso tempo confusa. con questo aggettivo si sottolineava la sua complessità, l’impossibilità di distinguere i suoi temi enucleandoli uno per uno. quella che alla nascita dell’estetica sembrava una circostanza destinata a decretare la sua inferiorità rispetto alla logica, ovvero l’impossibilità di una analisi separata delle singole parti, è forse quello che più ci serve oggi. considerare le questioni nella loro sovrapposizione, mescolanza, trans-disciplinarità, usando insieme tutti gli strumenti a nostra disposizione, a costo di rinunciare alla sicurezza dei confini disciplinari, è forse l’unico modo per pensare e agire il presente.


rosi braidotti, il postumano, derive-approdi, 2013; serenella iovino, ecologia letteraria, edizioni ambiente, 2006;  marco armiero, environmental humanities: una indisciplina delle relazioni, «operaviva magazine», online, 01 febbraio 2020

environmental humanities ed estetica

di daniela angelucci