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l’11 settembre ha inaugurato una nuova iconografia di immagini, radicatesi nella psiche di una società traumatizzata (charles derry), chiamata a dover affrontare nuove angosce ed emergenze come il terrorismo di matrice islamica. la realtà si è rivelata con estrema brutalità e senza preavviso: dalle twin towers devastate ai falling men, fino a una new york tra le macerie, immagini diffuse attraverso i nuovi media che hanno permesso di vivere in diretta il più grande attacco verso gli usa. alle immagini della contingenza dell’evento, se ne sono affiancate ulteriori, testimonianti le sue devastanti conseguenze nel tempo: dagli scandali delle torture perpetuate dal governo americano a guantánamo e abu ghraib (da cui gli accesi dibattiti sulla moralità della tortura), fino alle minacce virtuali e alle esecuzioni mediatiche di cellule terroristiche come al-qaeda o l’isis che, grazie a società sempre più ipermediatizzate, hanno percorso ulteriori canali per rivelarsi al mondo e incrementare il proprio regime di terrore.

come affrontare il trauma e l’emersione di nuove angosce collettive? il genere horror interviene fronteggiando queste nuove immagini, dando una rappresentazione allegorica non dell’evento in sé, ma di uno stato d’animo generale, in cui devastazione e violenza echeggiano continuamente nella psiche collettiva, inaugurando un’ondata di terrore irrazionale senza precedenti: si crede di poter morire in qualsiasi momento in un attentato, vista l’assenza di un luogo realmente sicuro dopo che i nuovi boogeymen di matrice orientale sono apparsi all’improvviso, rivelando i loro obiettivi per l’occidente. l’emergenza terroristica riconfigura le strategie estetiche e narrative del genere, sempre più strutturato attorno alla violabilità di un confine: nazionale, invaso da creature che appaiono improvvisamente per distruggere l’america, attaccando inizialmente new york (cloverfield, war of the worlds…); domestico, non più sicuro e privato, forzato senza motivazione, se non portare la morte, da entità fisiche (the strangers) o immateriali, in grado di mettere in scena delle paratheatrical activities (kevin j. wetmore) di fronte a dispositivi di videosorveglianza per dimostrare di esistere e diffondere paura (paranormal activity); corporeo, in cui la violenza è moralmente accettata (saw), perpetuata sia fuori (hostel) che dentro i confini nazionali, ritenuta appannaggio del nemico ma, in realtà, ontologicamente connaturata con l’identità americana (the devil’s rejects). l’horror post-9/11 è un “lutto di natura patologica” (antonio josé navarro), che spinge a ricordare quel giorno e le sue conseguenze, mediante l’emergenza di “ciò che rimane fuori dalla scena” (obscenum), che si rivela sfidando il pubblico a confrontarsi con l’intollerabile, a metabolizzarlo e a reagire a esso in un’esperienza condivisa, aggiornando quell’archivio storico, identificabile con il genere stesso (eli roth), capace di individuare le evoluzioni delle paure che affliggono il mondo nel corso del tempo.


charles derry, dark dreams 2.0: a psychological history of the modern horror film from the 1950s to the 21st century, mcfarland & company inc., jefferson (nc) 2009; kevin j. wetmore, post-9/11 horror in american cinema, the continuum international publishing group, new york 2012, p. 74; antonio josé navarro, l'impero del terrore. il cinema horror statunitense post 11 settembre, prefazione di eli roth, bietti heterotopia, milano 2019, p. 17

l’horror post-9/11

di leonardo magnante